IL CORPO GLORIOSO DEL SIGNORE GESÙ / IL CORPO SENZA VITA DI SEID VISIN

            Mc 14 12Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». 13Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. 14Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. 15Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». 16I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.
                  17Venuta la sera, egli arrivò con i Dodici. 18Ora, mentre erano a tavola e mangiavano, Gesù disse: «In verità io vi dico: uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà». 19Cominciarono a rattristarsi e a dirgli, uno dopo l’altro: «Sono forse io?». 20Egli disse loro: «Uno dei Dodici, colui che mette con me la mano nel piatto. 21Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo, dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!».
            22E, mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». 23Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. 24E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. 25In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».
            26Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

            Sabato 5 giugno 2021. A fine mattinata, prima di andare in coro per il Rosario e poi al refettorio, per mangiare un boccone, avevo terminato di buttar giù uno schema di quanto avrei potuto dire alle due consuete Messe festive del giorno dopo. In Italia il Corpus Domini, come l’Ascensione, si celebrano la domenica successiva alla ricorrenza propriamente liturgica e quindi domani, domenica 6, è appunto il Corpus Domini.
            Un breve cenno storico per cominciare. Nel 1222 suor Giuliana, priora del monastero agostiniano di Mont Cornillon consegnava una petizione al vescovo di Liegi perché fosse istituita una festa espressamente celebrativa del Santissimo Sacramento; così, un po’ di tempo dopo, nel 1246 fu convocato da Roberto di Thourotte un Concilio, nel quale fu stabilita l’annuale celebrazione diocesana di una apposita festa a partire dal successivo anno, 1247. Quando il già arcidiacono di Liegi, Jacques Pantaléon fu eletto papa con il nome Urbano IV, il lunedì 11 agosto 1264, festa di Santa Chiara(1), da Orvieto, promulgò la bolla Transiturus de hoc mundo, con cui, anche in seguito al miracolo accaduto a Bolsena l’anno precedente durante la celebrazione di tal Pietro da Praga, estese la festa alla chiesa universale e incaricò S. Tommaso d’Aquino di comporne l’ufficiatura.
            A proposito dei numerosi miracoli eucaristici – ne sono stati contati 136 – a Firenze, in particolare, se ne venerano due, entrambi nella basilica di S. Ambrogio(2).

            Documentatomi quanto basta, secondo il mio modo di vedere, e, certamente, con più materiale a disposizione di quanto ne possa essere effettivamente usato, perché ci sono anche le letture bibliche del giorno, da non trascurare,… a questo punto sono andato a vedere un attimo le ultime notizie e ho trovato sul Corriere della sera la lettera che riporto integralmente qui di seguito, senza commenti. Penso che domani non dirò quasi nulla di quello che avevo preparato: mi limiterò a leggerla senza tradire emozioni, se ce la farò, ma non ne son sicuro.

            Dinanzi a questo scenario socio-politico particolare che aleggia in Italia, io, [Seid Visin, nato in Etiopia, 20 anni fa, suicida a Nocera Inferiore giovedì 3 giugno 2021] in quanto persona nera, inevitabilmente mi sento chiamato in questione. Io non sono un immigrato. Sono stato adottato quando ero piccolo. Prima di questo grande usso migratorio ricordo con un po’ di arroganza che tutti mi amavano. Ovunque fossi, ovunque andassi, ovunque mi trovassi, tutti si rivolgevano a me con grande gioia, rispetto e curiosità. Adesso, invece, questa atmosfera di pace idilliaca sembra così lontana; sembra che misticamente si sia capovolto tutto, sembra ai miei occhi piombato l’inverno con estrema irruenza e veemenza, senza preavviso, durante una giornata serena di primavera.

           Adesso, ovunque io vada, ovunque io sia, ovunque mi trovi sento sulle mie spalle, come un macigno, il peso degli sguardi scettici, prevenuti, schifati e impauriti delle persone. Qualche mese fa ero riuscito a trovare un lavoro che ho dovuto lasciare perché troppe persone, prevalentemente anziane, si riutavano di farsi servire da me e, come se non bastasse, come se non mi sentissi già a disagio, mi addebitavano anche la responsabilità del fatto che molti giovani italiani (bianchi) non trovassero lavoro.

            Dopo questa esperienza dentro di me è cambiato qualcosa: come se nella mia testa si fossero creati degli automatismi inconsci e per mezzo dei quali apparivo in pubblico, nella società diverso da quel che sono realmente; come se mi vergognassi di essere nero, come se avessi paura di essere scambiato per un immigrato, come se dovessi dimostrare alle persone, che non mi conoscevano, che ero come loro, che ero italiano, che ero bianco. Il che, quando stavo con i miei amici, mi portava a fare battute di pessimo gusto sui neri e sugli immigrati, addirittura con un’aria troneggiante affermavo che ero razzista verso i neri, come a voler affermare, come a voler sottolineare che io non ero uno di quelli, che io non ero un immigrato.
            L’unica cosa di troneggiante però, l’unica cosa comprensibile nel mio modo di fare era la paura. La paura per l’odio che vedevo negli occhi della gente verso gli immigrati, la paura per il disprezzo che sentivo nella bocca della gente, persino dai miei parenti che invocavano costantemente con malinconia Mussolini e chiamavano “Capitano Salvini”. La delusione nel vedere alcuni amici (non so se posso più denirli tali) che quando mi vedono intonano all’unisono il coro “Casa Pound”. L’altro giorno, mi raccontava un amico, anch’egli adottato, che un po’ di tempo fa mentre giocava a calcio felice e spensierato con i suoi amici, delle signore si sono avvicinate a lui dicendogli: «Goditi questo tuo tempo, perché tra un po’ verranno a prenderti per riportarti al tuo paese».

            Con queste mie parole crude, amare, tristi, talvolta drammatiche, non voglio elemosinare commiserazione o pena, ma solo ricordare a me stesso che il disagio e la sofferenza che sto vivendo io sono una goccia d’acqua in confronto all’oceano di sofferenza che stanno vivendo quelle persone dalla spiccata e dalla vigorosa dignità, che preferiscono morire anziché condurre un’esistenza nella miseria e nell’inferno. Quelle persone che rischiano la vita, e tanti l’hanno già persa, solo per annusare, per assaporare, per assaggiare il sapore di quella che noi chiamiamo semplicemente “Vita”.

Note
(1)         S. Chiara era stata canonizzata pochi anni prima e a soli due anni dalla morte, avvenuta il lunedì 11 agosto 1253. Fra le deposizioni al processo canonico ci fu la testimonianza delle consorelle Francesca di Capitaneo da Col di Mezzo e Illuminata da Pisa relativamente al miracolo interceduto da Chiara e riportato dal Celano (Tommaso da Celano, Legenda Sanctæ Claræ Virginis, 14), come di seguito.

            Durante quella tempesta che, sotto l’imperatore Federico, la Chiesa stava sostenendo in diverse parti del mondo, la valle spoletana con maggiore frequenza si imbeveva del calice dell’ira. A quel tempo in essa vi erano eserciti di soldati e sciami come di api di arcieri saraceni per la devastazione delle fortezze e l’espugnazione delle città.

            Irrompendo un giorno (un venerdì del settembre 1240) il furore nemico contro la città di Assisi, privilegiata città del Signore, già l’esercito era alle porte stesse, i saraceni – gente pessima, assetati del sangue dei cristiani, pronti con grande impudenza a ogni delitto – dilagarono presso San Damiano, nei confini del luogo, anzi dentro il chiostro stesso delle vergini. I cuori delle «signore» vengono meno per lo spavento, la voce trema per la paura, e presentano alla madre le loro lacrime. Lei con impavido cuore, seppure malata, si fa condurre alla porta, di contro ai nemici, preceduta dal una cassetta d’argento, chiusa dentro una custodia di avorio, dove con grande devozione veniva conservato il corpo del Santo dei santi.
            Prostratasi lei in orazione al suo Cristo, tra le lacrime disse: «Permetterai, mio Signore, consegnare nelle mani dei pagani le inermi tue ancelle che ho allevato nel tuo amore? Custodisci, Signore, te ne prego, queste tue serve, che io non posso nel presente frangente custodire».
            Subito dal propiziatorio della nuova grazia, una voce come di un fanciullino si udì: «Io vi custodirò sempre». «Mio Signore – disse –, se a te piace, salva anche questa città che ci sostenta per tuo amore». E il Signore a lei: «Subirà dei danni, ma per mia grazia sarà difesa».

            Allora la vergine sollevando la faccia lacrimosa, conforta quelle che piangevano, dicendo: «In fede vi giuro, figliole, che non soffrirete nulla di male, purché confidiate in Cristo». Senza indugio di sorta: subito l’audacia di quei cani è repressa dallo spavento, e dai muri che avevano scavalcato, si diedero alla fuga, ricacciati dalla forza dell’orante. Chiara, a quelle che avevano udito la predetta voce, raccomanda con premura dicendo: «Guardatevi in ogni modo, carissime figlie, finché sarò in vita, di non manifestare ad alcuno quella voce ».
Durante quella tempesta che, sotto l’imperatore Federico, la Chiesa stava sostenendo in diverse parti del mondo, la valle spoletana con maggiore frequenza si imbeveva del calice dell’ira. A quel tempo in essa vi erano eserciti di soldati e sciami come di api di arcieri saraceni per la devastazione delle fortezze e l’espugnazione delle città.
            Irrompendo un giorno (un venerdì del settembre 1240) il furore nemico contro la città di Assisi, privilegiata città del Signore, già l’esercito era alle porte stesse, i saraceni – gente pessima, assetati del sangue dei cristiani, pronti con grande impudenza a ogni delitto – dilagarono presso San Damiano, nei confini del luogo, anzi dentro il chiostro stesso delle vergini. I cuori delle «signore» vengono meno per lo spavento, la voce trema per la paura, e presentano alla madre le loro lacrime. Lei con impavido cuore, seppure malata, si fa condurre alla porta, di contro ai nemici, preceduta dal una cassetta d’argento, chiusa dentro una custodia di avorio, dove con grande devozione veniva conservato il corpo del Santo dei santi.
            Prostratasi lei in orazione al suo Cristo, tra le lacrime disse: «Permetterai, mio Signore, consegnare nelle mani dei pagani le inermi tue ancelle che ho allevato nel tuo amore? Custodisci, Signore, te ne prego, queste tue serve, che io non posso nel presente frangente custodire».
            Subito dal propiziatorio della nuova grazia, una voce come di un fanciullino si udì: «Io vi custodirò sempre». «Mio Signore – disse –, se a te piace, salva anche questa città che ci sostenta per tuo amore». E il Signore a lei: «Subirà dei danni, ma per mia grazia sarà difesa».
            Allora la vergine sollevando la faccia lacrimosa, conforta quelle che piangevano, dicendo: «In fede vi giuro, figliole, che non soffrirete nulla di male, purché confidiate in Cristo». Senza indugio di sorta: subito l’audacia di quei cani è repressa dallo spavento, e dai muri che avevano scavalcato, si diedero alla fuga, ricacciati dalla forza dell’orante. Chiara, a quelle che avevano udito la predetta voce, raccomanda con premura dicendo: «Guardatevi in ogni modo, carissime figlie, finché sarò in vita, di non manifestare ad alcuno quella voce ».

(2)         Il primo miracolo si verificò il 30 dicembre del 1230. Un sacerdote di nome Uguccione, terminata la Messa, non si accorse che alcune gocce di vino consacrato erano rimaste nel calice e si erano tramutate in Sangue. Lo storico Giovanni Villani fa un’accurata descrizione del miracolo: «Il dì appresso, prendendo nuovamente il detto calice vi trovò dentro vivo sangue rappreso […] e ciò fu manifesto a tutte le donne di quel monastero e a tutti i vicini che vi furono presenti e al Vescovo e a tutto il chiericato e poi si palesò a tutti i Fiorentini, i quali, con grande devozione, vi si radunarono intorno per vedere e presero il sangue del calice e lo misero in un’ampolla di cristallo che ancora si mostra al popolo con grande riverenza». Il Vescovo Ardingo da Pavia ordinò di portare la Reliquia in Vescovado, e dopo poche settimane la restituì alle Suore del monastero che la custodirono presso la chiesa di Sant’Ambrogio. Papa Bonifacio IX, nel 1399, concesse la stessa indulgenza della Porziuncola ai fedeli che avessero visitato la chiesa di Sant’Ambrogio e avessero contribuito ad adornare la reliquia del miracolo. Nel 1980 è stato celebrato il 750° anniversario del prodigio. La reliquia del miracolo (alcune gocce di Sangue che misurano circa un centimetro quadrato) si conserva in un prezioso ostensorio, collocato all’interno di un tabernacolo in marmo bianco costruito da Mino da Fiesole.
            Il 24 marzo del 1595, Venerdì Santo, una candela, accesa sull’altare della cappella laterale, detta del Sepolcro, cadde a terra e provocò l’incendio della basilica. La gente accorse subito per domare il fuoco e si riuscì a salvare il Santissimo Sacramento e il calice. Nel trambusto generale, dalla pisside che conteneva alcune Ostie consacrate, caddero sei Particole sul tappeto incandescente che nonostante il fuoco, furono ritrovate intatte ed unite tra loro. Nel 1628 l’Arcivescovo di Firenze, Marzio Medici, dopo averle esaminate, le trovò incorrotte e le fece dunque riporre in un prezioso reliquario. Ogni anno, durante le Quarantore che si celebrano a maggio, le due Reliquie vengono esposte insieme in un reliquario contenente anche un’Ostia consacrata per la pubblica adorazione.

IL PRIMO CONVENTO FRANCESCANO

Le Celle di Cortona, Oratorio“Cellam gyro parvam paupertas struxit et arte rudem”             Dove si trova il manoscritto di quella elegia di soli sedici distici,

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