C’è un episodio della vita di san Francesco, svoltosi nell’eremo di Sarteano, che da spunti di riflessione sul suo rapporto con il corpo e la castità. Il fatto è riportato almeno in due brani, molto simili, delle Fonti Francescane: nel Capitolo LXXXII della Vita seconda di Tommaso da Celano (FF 703) e nel Capitolo V della Leggenda maggiore di san Bonaventura da Bagnoregio (FF 1091). Racconta di una tentazione che il santo dovette affrontare e come riuscì a superarla. Questo è la prima parte del testo:

Nell’eremo dei frati di Sarteano il maligno, che sempre invidia il progresso spirituale dei figli di Dio, osò contro il santo questo raggiro.
Vedendo che egli attendeva continuamente alla sua santificazione e non tralasciava il guadagno di oggi soddisfatto di quello del giorno precedente, una notte, mentre pregava nella sua celletta, lo chiamò per tre volte:
«Francesco, Francesco, Francesco».
«Che cosa vuoi?».
E quello: «Nel mondo non vi è nessun peccatore, che non ottenga la misericordia di Dio, se pentito. Ma chiunque causa la propria morte con una penitenza rigida non troverà misericordia in eterno».
Il santo riconobbe subito, per rivelazione, l’astuzia del nemico, come cercava di indurlo alla tiepidezza. Ma, cosa crederesti? Il nemico non tralasciò di rinnovargli un altro assalto. Vedendo che in tale modo non era riuscito a nascondere il laccio, ne prepara un altro, cioè uno stimolo carnale. Ma inutilmente, perché non poteva essere ingannato dalla carne chi aveva scoperto l’inganno dello spirito. Gli manda dunque, il diavolo, una violentissima tentazione di lussuria.
Appena il padre la nota, si spoglia della veste e si flagella con estrema durezza con un pezzo di corda. «Orsù, frate asino, – esclama – così tu devi sottostare, così subire il flagello! La tonaca è dell’Ordine, non è lecito appropriarsene indebitamente. Se vuoi andare altrove, va’ pure». (FF 703)

La nostra attenzione non si ferma sulla modalità della tentazione, che comunque possiamo definire subdola e astuta, cercando di far passare per buono ciò che non lo è; ma sull’atteggiamento di Francesco per superarla che, a tale fine, sottopone il suo corpo a flagellazione. Sembra davvero una reazione estrema, infliggendosi una tortura medioevale con tutti i crismi! Verso la fine della vita il santo riconoscerà che in qualche caso ha trattato in modo eccessivamente duro il proprio corpo, “frate asino” (cf. FF 800). Lo scopo di questa durezza però, non era fine a se stesso, per il mero gusto masochistico di procurarsi dolore, ma rivolto ad altro, esterno a lui, in questo caso il riguardo dell’abito portato e, quindi, della Regola e dei voti professati. In questa prima parte del testo considerato, la preoccupazione di Francesco sembra concentrarsi sul rispetto di una legge e di un ideale, atteggiamento che potrebbe facilmente sfociare in ideologia o fanatismo religioso. Ma la seconda parte ci svelerà qualcosa di più profondo, che sta dietro e va oltre, e che è il vero fine di ogni sua azione, la vera finalità di ogni voto e promessa, che mostra quale fosse il suo intento ultimo, il vero volto della sua fede.

Ma poiché vedeva che con i colpi della disciplina la tentazione non se ne andava, mentre tutte le membra erano arrossate di lividi, aprì la celletta e, uscito nell’orto, si immerse nudo nella neve alta. Prendendo poi la neve a piene mani la stringe e ne fa sette mucchi a forma di manichini, si colloca poi dinanzi ad essi e comincia a parlare così al corpo: «Ecco, questa più grande è tua moglie; questi quattro, due sono i figli e due le tue figlie; gli altri due sono il servo e la domestica, necessari al servizio. Fa’ presto, occorre vestirli tutti, perché muoiono dal freddo. Se poi questa molteplice preoccupazione ti è di peso, servi con diligenza unicamente il Signore».

All’istante il diavolo confuso si allontanò e il santo ritornò nella sua cella, glorificando Dio.

Un frate di spirito, che allora attendeva alla preghiera, osservò tutto, perché splendeva la luna in cielo. Ma quando più tardi il santo si accorse che un frate l’aveva visto nella notte, molto spiaciuto, gli ordinò di non svelare l’accaduto a nessuno, fino a che fosse in vita. (FF 703)

Qui si capisce verso chi sono rivolti gli sforzi di san Francesco. Ogni azione non ha come fine se stesso, il proprio piacere o tornaconto, ma è rivolta a realizzare il bene di qualcun altro. Tutta la sua vita è indirizzata verso tale scopo. Nel santo di Assisi si realizza il paradosso evangelico secondo il quale «chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.» (Mt 16,25). Chi imposta la vita in maniera egoistica non potrà mai realizzare pienamente la propria vita; chi, al contrario, ne fa un dono per cercare di avverare la felicità di altri, compirà insieme anche la propria. Nel brano sopra, Francesco non cerca di vivere la castità come orgoglio o prova di forza personale, ma come dono per rendere concreto il progetto di altri; così il suo dono, la sua vita, avrà un senso profondo e saranno appagate in pienezza le sue aspettative di felicità. La sua vita diventa un dono d’amore, questo la compie, le dà senso, sapore, pienezza, bellezza. Questo donarsi per altri si attua sia nel matrimonio (i pupazzi di neve rappresentano l’ipotetica famiglia cui dedicarsi prendendosene cura), sia nel servire “con diligenza unicamente il Signore”. In entrambi i casi Francesco avrebbe fatto della sua esistenza un dono d’amore. Sappiamo dalla storia quale fu la sua scelta, la sua risposta a alla chiamata che infiammava il suo cuore: servire l’amore stesso fatto persona.

La castità non è solamente sforzo umano ma è dono dall’alto che porta come frutto l’amore puro. In quanto dono dall’alto, lo si ottiene tramite una costante e intensa vita spirituale, di preghiera, cioè di un costante e intenso rapporto con Colui che è puro Amore. San Francesco dopo la sua conversione, si dedicò con tutto se stesso a intensificare questo rapporto, offrendo la sua vita a Dio per la conversione dei peccatori e la salvezza delle anime (in questa ottica chiese ed ottenne l’Indulgenza della Porziuncola – FF 2706/10 -).

IL PRIMO CONVENTO FRANCESCANO

Le Celle di Cortona, Oratorio“Cellam gyro parvam paupertas struxit et arte rudem”             Dove si trova il manoscritto di quella elegia di soli sedici distici,

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