La «cura» per il Signore

Soffermiamoci su una parola precisa della seconda lettura di questa quarta domenica del tempo ordinario: il prendersi cura del Signore nel proprio stato di vita.

1Cor 7,32-35: «Fratelli, io vorrei che voi foste senza preoccupazioni [senza ansia]: chi non è sposato si preoccupa [si cura] delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa [si cura] delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso! Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa [si cura] delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si preoccupa [si cura] delle cose del mondo, come possa piacere al marito. Questo lo dico per il vostro bene: non per gettarvi [al collo] un laccio, ma perché vi comportiate degnamente e restiate fedeli al Signore, senza deviazioni».

La parola centrale in questi versetti è il termine greco merimnan, che può avere una connotazione negativa, nel senso dell’ansia, oppure positiva come prendersi cura. Nel testo abbiamo accostate le due possibili interpretazioni.

Leggere il brano con una o con l’altra porta a sfumature significativamente diverse e sembra più corretta l’esegesi che parta da una traduzione positiva del termine. Paolo riconosce il valore del prendersi cura sia verso il Signore che verso il proprio coniuge. Sono che per gli sposati, dovendo mantenere entrambe le tensioni spirituali, il prendersi cura sia del coniuge come del Signore, accade una divisione del mondo interiore della persona.

Si tratta, però, di una scelta da compiere nella libertà. Paolo non vuole gettare un laccio al collo, perché in ogni caso il credente è chiamato a prendersi cura del Signore, cioè del suo rapporto personale con Cristo. La scelta di libertà dai legami pur positivi del matrimonio costituisce in una situazione oggettiva più favorevole per dedicarsi totalmente al rapporto con Cristo.

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