LA LEGGENDA DELLA ROSA DI NARALE

Helleborus niger

Dalle lacrime può nascere una rosa….

            La figlia più piccola di un pastore era intenta ad accudire il gregge del padre in un pascolo vicino a Betlemme, quando vide degli altri pastori che camminavano speditamente verso la città. Si avvicinò e chiese loro dove andavano. I pastori risposero che quella notte era nato il Bambino Gesù e che stavano andando a rendergli omaggio, portandogli dei doni.

            La bambina avrebbe tanto voluto andare insieme con i pastori per vedere il Bambino Gesù, ma non aveva nulla da portargli in regalo. I pastori intanto se ne andarono e lei rimase sola e triste: si mise in ginocchio e cominciò a piangere. Le sue lacrime cadevano nella neve e la bimba non sapeva che un angelo aveva assistito alla sua disperazione. Quando abbassò gli occhi si accorse che le sue lacrime erano diventate delle bellissime rose di un colore rosa pallido. Felice, si alzò, le raccolse e partì subito verso la città. Regalò il mazzo di rose a Maria come dono per il Figlio appena nato. Da allora, ogni anno nel mese di dicembre fiorisce questo tipo di rosa per ricordare al mondo intero il semplice regalo fatto con amore dalla giovane figlia del pastore.

            In realtà la rosa di Natale c’era assai prima del Natale e, dunque, prima e indipendentemente dall’ingenua novellina; si chiamava, come tuttora tecnicamente si chiama, Elleboro nero.

            Fin dai tempi antichi l’Elleboro nero era considerato un rimedio straordinario per la cura delle malattie mentali, addirittura come un vero e proprio rimedio contro la follia. La mitologia greca, infatti, narra che Ercole guarì dalla pazzia grazie all’Elleboro e che il pastore Melampo, curò la follia delle figlie di Preto e Argo con il latte delle capre che ne avevano mangiato le foglie. Con i passare dei secoli l’elleboro si diffuse come rimedio per la cura delle malattie cardiache, soprattutto senili.

            Lasciando da parte le presunte, assai fantasiose e molteplici virtù terapeutiche dell’Elleboro, volevamo qui accennare ad un brano di Valerio Massimo, dove si parla dell’ormai abbastanza celebre e celebrato Carneade, che usava adoperare tale pianta come un depurativo, atto a rendere più acuto il cervello a disputare di questioni di alta filosofia. Un simile ghiotto aneddoto sfuggì al panegirista di san Carlo, o, forse, fu tralasciato come poco confacente ad un tal ieratico personaggio ecclesiastico. Del medesimo brano, che riportiamo subito di seguito, non sfuggì però la narrazione che l’intensità della riflessione condizionava il nostro filosofo anche nell’alimentazione, tanto che bisognava che la moglie lo imboccasse, per non lasciarlo morire di inedia, mentre lui era astratto e speculava. Ecco il brano in questione e una possibile traduzione.

            «Carneades laboriosus et diuturnus sapientiæ miles, si quidem XC expletis annis idem illi vivendi et philosophandi finis fuit, ita se mirifice doctrinæ operibus addixerat, ut, cum cibi capiendi causa recubuisset, cogitationibus inhærens manum ad mensam porrigere oblivisceretur. Sed ei Melissa, quam uxoris lucum habebat, temperato inter studia non [ejus] interpellandi et inediæ succurrendi officio dexteram suam necessariis usibus aptabat. Ergo animo tantum modo vita fruebatur, corpore quasi alieno et supervacuo circumdatus erat. Idem cum Crysippo disputaturus helleboro se ante purgabat ad expromendum ingenium suum adtentius et illius refellendum acrius. Quas potiones industria solidæ laudis cupidis adpetendas effecit!».

                                             (Valerii Maximi, Factotum et Dictorum Memorabilium Libri IX, VIII, 7)

            Carneade, infaticabile milite del sapere – se è vero che, a 90 anni compiuti, andò incontro, insieme, alla fine e della propria vita e del filosofare – s’era consacrato in modo così straordinario alle attività del sapere che, quando s’accomodava a tavola per mangiare, immerso com’era nelle proprie elucubrazioni, dimenticava di stendere la mano verso la mensa. Ma era Melissa, la sua concubina – che oramai ben dosava la premura di non disturbare le sue occupazioni e la necessità di farlo mangiare – ad imboccarlo. Carneade, insomma, viveva solo di spirito, e il corpo che l’avvolgeva era per lui come un qualcosa di estraneo e superfluo. Ogni qual volta era in procinto di affrontare una disputa filosofica con Crisippo, si purgava con l’elleboro per essere in grado di corroborare meglio le proprie idee e di confutare, con maggior veemenza, quelle dell’altro. Ah, quali pozioni egli non rese appetibili per coloro che desiderano la vera gloria!

            Giunti a concludere le nostre divagazioni su Carneade, ci è parso bene di non trascurare una testimonianza di Diogene Laerzio, che mette in risalto la sua prontezza di risposta difronte a una non simpatica osservazione ricevuta, premettendo che le lingue hanno le loro peculiarità, difficilmente traducibili alla lettera e, conseguentemente, si perde l’immediatezza della “battuta”, una volta diluita nella spiegazione.

            Καρνεάδης Φιλοκώμου, Κυρηναῖος, τὰ τῶν Στωικῶν φιλοσόφων βιβλία ἀνεγίγνωσκε ἐπιμελῶς καὶ μάλιστα τὰ Χρυσίππου, τοσοῦτον ὥστε ἐπιλέγειν· «Ἄνευ τῆς σχολῆς τοῦ Χρυσίππου, οὐκ ἂν ἦν Καρνεάδης». Φιλόπονος ἄνθρωπος ἦν· τοσοῦτον δ’ ἴσχυεν ἐν φιλοσοφίᾳ ὥστε καὶ τοὺς ῥήτορας ἐκβαίνοντας, ἐκ τῶν σχολῶν παρ’ αὐτὸν ἵεσθαι καὶ αὐτοῦ ἀκούειν. Ἦν δὲ καὶ μεγαλόφωνος, ὥστε τὸν γυμνασίαρχον προσπέμπειν αὐτῷ μὴ οὕτω βοᾶν, λέγοντα, «Δίδου μέτρον φωνῆς». Ὅθεν εὐστόχως ἠμείβετο λέγων, «Μέτρον ἔχεις τοὺς ἀκούοντας».                                                                                  (Diogene Laerzio, Vite dei Filosofi)

            Carneades Philocomi, Cyrenæus, Stoicorum philosophorum libros cognoscebat accurate et maxime Chrysippi, ita ut posset dicere: «Sine schola Chrysippi, minime essem Carneades». Sedulus homo erat; ita autem valebat in philosophia ut etiam rhetores fientes, e scholis ad eum mitterentur et ipsum audirent. Erat autem et magna voce præditus, ita ut gymnasiarcha mitteret ei ne ita clamaret, dicens, «Da mensuram vocis». Unde confestim respondebat dicens, «Mensuram habes auditores».

            Carneade di Cirene, figlio di Filocomo, conosceva molto bene i libri dei filosofi stoici e particolarmente quelli di Crisippo, tanto da poter affermare: «Senza la scuola di Crisippo, non sarei Carneade». Era un uomo diligente; tanto valeva in filosofia che anche quelli che diventavano retori dalle scuole venivano mandati da lui per ascoltarlo. Era anche dotato di una voce potente, per cui il ginnasiarca gli mandò a dire che non gridasse in quel modo, dicendo: «Modera il tono della voce!». Prontamente rispose, dicendo: «Il tono l’hai dagli ascoltatori!». (Il senso è: se ci sono quattro gatti ad ascoltarti, puoi anche bisbigliare; se hai davanti una folla, per farsi sentire da tutti, bisogna urlare. E lui di ascoltatori ne aveva molti). (5. Fine)

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