MORS ET VITA DUELLO CONFLIXERE MIRANDO

Andrea Della Robbia, Neonato in fasce, 1487
Spedale degli Innocenti, Firenze

“La vita senza religione è un delirio(1).

            Possiamo affermare che il comunicare a se stessi la brutta notizia, – quasi a volerla prima metabolizzare, per poterla poi partecipare ai diretti interessati –, rimanda alla sfera più propriamente e strettamente religiosa: quella, cioè, che accompagna la sfera del sapere e quella del volere con la sua dimensione propria del credere, poiché il senso del vivere e del morire, – come, in parte, quello della gioia e della sofferenza –, sfociano in convinzioni o speranze non circoscrivibili nell’assioma “omnis cognitio incipit a sensu”, dato che non abbiamo consapevolezza del nostro nascere e non ancora del nostro morire: più in generale, il nostro vivere è un fluire in cerca di un senso, nella tensione tra il “già” e il “non ancora”, tra una protologia sempre sottratta e una escatologia supposta o sperata. Si dovrà quindi trovare nel personale patrimonio religioso, quale che esso sia, la nota, non necessariamente consonante, ma certamente risonante nel cuore di chi ascolta, e che riabilita catarticamente il guazzabuglio del proprio cuore, dove trovano spazio i più opposti sentimenti.

            La stessa obbligazione stabilita dalla Legge, – non sempre univoca né chiara nei suoi motivi ispiratori –, giudicherà, se del caso e nelle sedi competenti, i fatti e le risultanze probatorie, ma non la coscienza personale: quella misteriosa interiorità che non sfugge solamente alla disamina dell’intimità dell’io; quella coscienza che si vorrebbe poter educare ad ascoltarsi e ad ascoltare, prima di agire.

            Anche il Pascoli, – di cui si potrà non condividere l’accentuato discredito della scienza a favore di un credere nostalgico e, se si vuole, fanciullesco –, nella sua Prefazione ai Canti di Castelvecchio(1), scriveva:

            «Ma la vita, senza il pensier della morte, senza, cioè, religione, senza quello che ci distingue dalle bestie, è un delirio, o intermittente o continuo, o stolido o tragico.».

            Mi pare che, oltre ogni personale convinzione e opinione del poeta, resti ineccepibile il suo aver ascritto al dominio religioso “la vita” con “il pensier della morte”.

            Tutte le culture hanno un posto del corpo umano, dove localizzare la misericordia: per l’ebraismo è l’utero, come se l’aver misericordia provocasse doglie come quelle del parto; per la cultura greca sono le viscere, che uno si sente strappare, quasi fosse diventato una vittima sacrificale; per i latini è il cuore che si spezza. Una vera condivisione, ossia la misericordia – nella sua pienezza semantica, psicologica e somatica, senza pietistici riduttivismi –, che diventi coinvolgimento, non può prescindere dall’assunzione su di sé, almeno in parte, della sofferenza altrui: quando tale assunzione sia consapevole e volontaria, si trasforma per il comunicatore in libertà liberante dai recinti vietati, che restano altrimenti invalicabili e inaccessibili, quando si accettino teorie non remote e propalate come atarassica conquista, che con un lessico più immediato si chiamano “indifferenza”.

            Oltre il modello del buon Samaritano, osiamo infine proporre anche un altro sublime modello di coinvolgimento, squisitamente evangelico in senso stretto, che richiede una visione di ogni attimo della vita come una missione incessante di raccolta di tutte le brutte notizie per usare a tutti misericordia e partecipare agli altri la graziosa e gratuita

            «dolcezza di animo e di corpo»(2)

raggiunta e posseduta: Francesco di Assisi; per lui la vera e, per certi aspetti, unica brutta notizia, cioè quella fine «da la quale nullu homo vivente po’ skampare», diventa canto:

            «Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra Morte corporale,»(3).

            Se il seminario sul Comunicarsi una brutta notizia, di cui si parlava all’inizio di questa chiacchierata, abbia avuto un seguito e quale possa essere stato, non sappiamo: il 31 marzo 2014 l’Arcivescovo Metropolita di Firenze, Giuseppe Card. Betori, affidava al clero diocesano l’assistenza religiosa presso il Meyer, sollevando dall’incarico e ringraziando per il servizio reso la Provincia Toscana dei Frati Minori Cappuccini. (4. Fine)

_____________

Note
(1) Giovanni Pascoli, Canti di Castelvecchio, Zanichelli.
(2) FF 110,3b
(3) FF 263,27
FF = Fonti Francescane, Editrici Francescane, 2011.

IL PRIMO CONVENTO FRANCESCANO

Le Celle di Cortona, Oratorio“Cellam gyro parvam paupertas struxit et arte rudem”             Dove si trova il manoscritto di quella elegia di soli sedici distici,

Leggi »