“In meinem Reich geht die Sonne niemals unter”

            Già due volte, molto recentemente, è stato fatto cenno al testo del Don Carlo di Verdi: precisamente, una prima volta, il 4 agosto scorso, per fantasticare su un improbabile pianto “in cielo” delle anime dei defunti, soffermandoci su un qualcosa di decisamente assai azzardato, – ma tanto tenero e consolante, se ci è lecito immaginare e sperare una commozione partecipe, quasi fosse la carezza tenera e lieve di una mamma o la mano sulla spalla di un babbo, che nel mondo di là sono in apprensione, quando la loro creatura, quasi tornata il bambino impaurito di allora, si accascia e sospira nel mondo di qua.

            Un secondo accenno, al termine del precedente articolo, è stato fatto in riferimento all’orrore letterario e lirico suscitato dalla pace “dei sepolcri” in un personaggio importante dell’opera, – don Rodrigo, amico e vittima della sua stessa amicizia con Don Carlo e, per altro, così diverso dal suo bieco omonimo de I Promessi Sposi; – quella pace che non lascia dietro di sé espressioni di manifesto dissenso, perché quelle voci sono state definitivamente tacitate: quella parvenza di pace che è “orrenda” nella realtà quasi come la guerra, e che alla guerra fatalmente conduce.

            La trama dell’opera si concentra sui drammi vissuti dai diversi personaggi, con intrecci di affetti, speranze, delusioni e morte; sono messi in scena storici soprusi, il sovvertimento dei principi fondamentali in nome di altri principi artificiali e assoluti insieme, come lo sono la ragion di stato, l’omicidio di stato, la preminenza della teocrazia presunta e imposta, rispetto all’inalienabile diritto naturale degli individui e delle collettività.

            In un altro nostro articolo del 30 dicembre 2021 abbiamo anche avuto occasione di osservare che le esigenze dell’opera implicano l’osservanza di certi canoni: bisognerà che ogni figura primaria e comprimaria abbia una sua aria, una romanza, un duetto o quel che sia; prima o poi ci saranno le danze, un balletto;… Don Carlo non solo non fa eccezione alla regola: anzi; Verdi lo rimaneggiò più volte, lasciandone sostanzialmente due versioni, in cinque e in quattro atti, e questo specialmente in ragione del pubblico a cui ne era, di volta in volta, destinata l’esecuzione: l’Opéra national de Paris (11 marzo 1867) non è il Teatro alla Scala di Milano (10 gennaio 1884). In ogni caso, in quest’opera soggiace però sempre una precisa situazione storica: la difficile e complessa eredità lasciata dall’imperatore del Sacro Romano Impero Carlo V.

            Vogliamo occuparci ora per un po’ e più da vicino della situazione in cui si trovò appunto l’epoca di Carlo V; riprenderemo poi il discorso sullo sfondo storico dell’opera verdiana, che si colloca immediatamente a ridosso dell’abdicazione di Carlo e della conseguente divisione dell’impero. Quelle direttamente evocate sono le vicende del filone spagnolo, sia per le turbolenze sanguinosamente represse nei Paesi Bassi (che è ciò che più propriamente interessa: la pace “dei sepolcri”!), sia per la misteriosa incombenza della figura dell’ex imperatore dalla sua sepoltura nella Chiesa del Monastero di Yuste, fondato dai monaci dell’ Ordine di San Girolamo nel 1402.

            Durante il suo ultimo ritiro in quel Monastero visitarono l’imperatore ormai in pensione personaggi noti, tra cui il suo figlio illegittimo Giovanni d’Austria, così come il suo erede Filippo II di Spagna. Una visita fittizia del nipote, Don Carlos, principe delle Asturie e figlio di quest’ultimo, e di altri personaggi offre l’ambiente al chiaro di luna per l’ultimo atto appunto dell’opera verdiana.

            Dal sito del “Liceo Italiano IMI di Istanbul(*) (classi terze)”, con qualche integrazione nostra e con un’aggiunta finale presa da Wikipedia (Carlo V d’Asburgo), riportiamo quanto segue.

Albero genealogico di Carlo V

Massimiliano I…………….. Maria                                                  Ferdinando……………Isabella
       d’Asburgo………………di Borgogna                                             d’Aragona………….di Castiglia
        († 1519)……………….(prima moglie, † 1482)                                     († 1516)…………….(† 1504)
                                               |                                                                                       |
                                   Filippo il Bello……………………………………………….Giovanna la Pazza
                                       († 1506)……………………………………………………………(† 1555)
                                                                                              |
                                                                                       CARLO V

                                                                               Imperatore 1519-1556

Carlo I e Carlo V

            A seguito di lunghe guerre combattute tra Francia e Spagna in Italia per il suo controllo, nel 1516 venne stipulata la Pace di Noyon, che assegnava il Regno di Napoli agli spagnoli e il Ducato di Milano ai francesi. La Pace fu siglata rispettivamente dal re di Spagna, Ferdinando I d’Aragona, e dal re di Francia, Francesco I di Valois.

            In quello stesso anno Ferdinando muore, lasciando il trono in eredità non alla figlia, Giovanna, bensì al figlio di lei, Carlo, nato dal matrimonio con Filippo d’Asburgo, figlio a sua volta dell’imperatore Massimiliano. Pertanto Carlo diventa Re di Spagna, nel 1516, con il titolo di Carlo I (o Carlos Primero), ereditando con il Regno tutti i suoi domini americani, e il Regno di Napoli.

            Tre anni dopo muore anche il nonno paterno, Massimiliano, e Carlo si candida ad essere il nuovo imperatore. Tra i candidati c’era anche Federico di Sassonia, sostenuto dal papa Leone X (Giovanni di Lorenzo de’ Medici), Carlo però, grazie al supporto della Banca dei Fugger, riuscì a comprarsi tutti i voti dei Sette Grandi Elettori (compreso quello di Federico), divenendo Imperatore con il nome di Carlo V. Oltre all’elezione imperiale, Carlo ereditava dallo stesso nonno i domini asburgici (il Granducato d’Austria), e dalla nonna paterna (Maria di Borgogna, figlia di Carlo il Temerario) la Borgogna e tutti i suoi ricchissimi domini nelle Fiandre e nei paesi Bassi. L’Impero di Carlo era immenso, così che poté affermare: “Sul mio regno non tramonta mai il Sole”.
            In questa situazione Carlo era l’unico che poteva avere la forza di ristabilire l’universalità del potere imperiale, tuttavia bisognava la presenza di una sola religione, quella cattolica, con il sostegno del Papa.(2. continua)

Note
(*) Istanbul, dalla locuzione greca εἰς τὴν πόλιν (èis ten pòlin), pronunciata “is tim bolin”, che significa “verso la città”, intendendosi “verso Costantinopoli”, come dire “verso l’urbe” significava “verso Roma”.

LA PACE NON AVRÀ FINE SUL TRONO DI DAVIDE

Piero del Pollaiolo, Speranza, 1470, Uffizi, Firenze ἡ δὲ ἐλπὶς οὐ καταισχύνει(*)             Poche parole tratte dal brano di Isaia, con cui abbiam terminato il

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