I cappuccini in Palestina, Egitto e nella regione del Maghreb, formata dal Marocco, Algeria, Tunisia e Libia. Parte seconda

 Anche nelle terre di Barberia la testimonianza cappuccina fu intrisa di sofferenza. Il fervoroso “fra Francesco da Conca, della Provincia di Napoli, il quale facendo vela per Palermo, cadde in mano dei pirati barbareschi e fu deportato in Algeri” (p.416). Visse il restante della breve vita  come uno schiavo confermando i fratelli che con lui condividevano la stessa disumana situazione, con la Parola del Vangelo, con la gioiosa testimonianza, fatto simile al suo Signore Gesù che per amore nostro annichilò se stesso e ci lasciò questa testimonianza di perfetta letizia: “Benché sostentato dal pane della tribolazione e dall’acqua delle lacrime per le molte sofferenze corporali da parte di questi barbari, nello spirito però sono grandemente consolato”. “E fu in tali sofferenza, in tal ministero e consolazioni, fra le lacrime di quanti erano seco in catene, che chiuse in pace i suoi giorni” (p.416). Nacquero delle Arciconfraternite, spinte dallo zelo di papa Gregorio XIII, che si presero cura di tutti questi cristiani ridotti in schiavitù dagli infedeli, privati del conforto della Parola e dei sacramenti, in pericolo di perder la fede per la situazione di sofferenze inaudite e di totale abbandono. Il papa scongiurava “ad abbracciare prontamente con la grazia della nostra benedizione la causa della redenzione dei captivi ed esercitarsi con fervore alla salute delle anime pericolanti sotto la potestà degli Infedeli” (p. 418). Quattro cappuccini presero a cuore questa opera di riscatto e di evangelizzazione. Fra Ludovico Grumo e Giovanni Sanna con le offerte ricevute liberarono molti schiavi e li ricondussero a Roma, mentre fra Pietro e Filippo, della Provincia di Bologna, restarono ad Algeri. Subito misero in moto la creatività della carità e non c’era fratello che non ricevesse il conforto della loro presenza, dispensando a tutti i doni di Dio, materiali e spirituali. Purtroppo scoppiò la peste e i due cappuccini non ebbero paura ad offrire la loro vita per soccorrere gli appestati giorno e notte. Nessuno lasciò questa valle di lacrime senza il conforto della loro presenza. Nell’assistere un sacerdote moribondo, fra Pietro contrasse la peste, ma continuò a prodigarsi, noncurante di se stesso finché dopo otto giorni di dolori lancinanti, consolando quelli che piangevano la sua dipartita, disse: “A che piangere della mia morte, quando io parto da questa valle di lacrime e ritorno al Creatore? Pregate meco piuttosto la divina clemenza che mi dia la vittoria in questa estrema pugna: non che scemi il dolore, ma che accresca la pazienza; non che differisca la morte, ma che accolga l’anima in pace” (p.420). Fra Filippo, non si scoraggiò e serviva anima e corpo i fratelli appestati, finché anche lui cadde vittima dello stesso male. “Oscuri, lasciavano essi la vita in terra straniera, due schiavi ne portarono la salma al comune cimitero senz’altro rumore che quello delle proprie catene” (p. 421). Marcirono come seme fecondo sotto terra, senza nemmeno il segno della croce, divenuti essi stessi croce di Cristo, che li aveva resi conformi alla sua stessa essenza di amore.

IL PRIMO CONVENTO FRANCESCANO

Le Celle di Cortona, Oratorio“Cellam gyro parvam paupertas struxit et arte rudem”             Dove si trova il manoscritto di quella elegia di soli sedici distici,

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