IL “SUPERAMENTO DI ARCHIMEDE”

Domenico Udine, Uccisione di Archimede, 1815, Rovereto

“… ceda pur, Signori, all’ardor di Carlo nell’apparar le scienze l’ingegnoso Archimede,…”

            Riprendiamo ancora una volta il discorso sul ritrovamento del panegirico, che destava qualche perplessità a don Abbondio, prima di andare a letto e dormire abbastanza serenamente, con la tranquillità di chi ha supinamente obbedito al prepotente e meschinamente gabbato la vittima innocente.
            Nella Rivista dei Somaschi del marzo–aprile 1938, da cui continuiamo ad attingere, la comunicazione dello scopritore del panegirico in parola continua come segue.

            E… dopo un largo respiro, leggiamo un altro lungo periodo nel quale l’oratore «tra le molteplici prove addotte a di-                                                                                                       (pag. 86)

(pag. 87, frontespizio)

mostrare la scienza sacra e profana del Borromeo e la di lui brama del sapere», riporta le seguenti:

            «E quali discipline egli apprese? Con quale ardore, con quanta assiduità? ceda pur, Signori, all’ardor di Carlo nell’apparar le scienze l’ingegnoso Archimede, ch’intento alle linee, le quali stampava in terra non sentì contro le vene il ferro di furibondo soldato, quando Carlo intento ad imprimere le somiglianze celesti, a stampar le forme delle beate menti, nella forbita tavola del suo intendimento, non sentì il peso insopportabile de’ negotii, lassitudine e fatica. Ceda Carneade a cui la dolcezza della contemplazione toglieva la memoria nel ristorar il corpo, ed estinto sarebbe stato dalla fame, se la provvida consorte non l’havesse a forza imboccato, qual bamboletto da latte; quando che Carlo preso dall’ardore d’abbellir l’anima delle scienze sacre, rapito dalla dolcezza dello studio della sacra Theologia, non si raccorda di riposo. ed altro non prende, che quello, che la natura stessa amorevol madre, per due o tre hore a viva forza parcamente le somministra, e forse non ardiva il sonno brutta sembianza di morte d’appressarsi, e disserrar quegl’occhi che star dovevano per la salute e vita delle anime perpetuamente aperti, e dove mi trasporto io? Cedano pure i Pittagori, ed i Platoni…».

            Facciamo punto. Le citazioni sono più che sufficienti a darci un’idea del panegirico.
            E chi era il P. Vincenzo Tasca? Il rev.mo Can.co Castiglioni termina l’articolo con queste brevi notizie biografiche, alle quali non sappiamo nulla aggiungere, perché non conosciamo a quali fonti attingere.

            «In quanto al P. Tasca ho il piacere di poter affermare che fu del resto un ottimo religioso e che le sue mancanze furono unicamente di ordine letterario. Deve però aver fatto gemere i torchi una volta sola, e precisamente per il panegirico cha ha colpito così al vivo la mente del Manzoni, il quale ha voluto immortalarlo, pur tacendo per somma delicatezza il nome del peccatore!

            «Il Tasca aveva compiuto i suoi studi nel Seminario Patriarcale di Venezia; nel 1608 fu accettato tra i Somaschi di Vicenza e il 6 dicembre dell’anno successivo emise la sua professione religiosa nel convento di Sant’Angelo in Pavia».                                                                            (pag. 88)

            Esaurito quanto pareva fare sufficiente illustrazione e documentazione sulle “vittime” della retorica del Tasca, ci soffermiamo ancora un momento sul primo malcapitato in tanto eloquio: Archimede, prendendo sulla morte di lui qualcosa da altri Autori classici.

            Scive Plutarco, (Vita di Marcello, 19, 9).
            «Ἄφνω δ’ἐπιστάντος αὐτῷ στρατιώτου καὶ κελεύοντος ἀκολουθεῖν πρὸς Μάρκελλον, οὐκ ἐβούλετο πρὶν ἢ τελέσαι τὸ πρόβλημα καὶ καταστῆσαι πρὸς τὴν ἀπόδειξιν. Ὁ δ’ὀργισθεὶς καῖ σπασάμενος τὸ ξίφος ἀνεῖλεν αὐτόν».

            Il passo si potrebbe meglio renderlo in latino che in italiano, ma ci proviamo comunque.
            «Subito autem appropinquante ei milite et jubente sequi ad Marcellum, nolebat antequam consummaretur problema et compleretur ad demonstrationem. Qui autem iratus et destringens gladium interfecit eum».
            «Ad un tratto entrò nella stanza un soldato romano che gli ordinò di andare con lui da Marcello. Archimede rispose che sarebbe andato dopo aver risolto il problema e messa in ordine la dimostrazione. Il soldato si adirò, sguainò la spada e lo uccise».

            Un altro passo, assai più ampio e sempre relativo alla uccisione di Archimede lo offre Valerio Massimo.
            «Archimedis quoque fructuosam industriam fuisse dicerem, nisi eadem illi et dedisse vitam et abstulisset: captis enim Syracusis Marcellus, etsi machinationibus ejus multum ac diu victoriam suam inhibitam senserat, eximia tamen hominis prudentia delectatus ut capiti illius parceretur edixit, pæne tantum gloriæ in Archimede servato quantum in oppressis Syracusis reponens. At is, dum animo et oculis in terra defixis formas describit, militi, qui prædandi gratia domum inruperat stictoque super caput gladio quisnam esset interrogabat, propter nimiam cupiditatem investigandi quod requirebat nomen suum indicare non potuit, sed protecto manibus pulvere “Noli” inquit, “obsecro, istum disturbare”, ac perinde quasi neglegens imperium victoris obtruncatus sanguine suo artis suæ liniamenta confudit. Quo accidit ut propter idem studium modo donaretur vita, modo spoliaretur».
                                            (Valerii Maximi, Factorum et Dictorum Memorabilium Libri IX, VIII, 7)

            «Potrei anche dire che l’operosità di Archimede fu fruttuosa, se la stessa non gli avesse dato e anche tolto la vita. Infatti, una volta presa Siracusa, per quanto Marcello si fosse reso conto che le macchinazioni di Archimede avevano molto contrastato e ritardato la sua vittoria, si era tuttavia compiaciuto delle capacità di quell’uomo e ordinò che gli fosse fatta salva la vita, valutando quest’atto un titolo di gloria paragonabile alla conquista stessa di Siracusa. Ma quest’ultimo, col pensiero e con gli occhi fissi a terra, stava tracciando certe figure e, tutto preso da ciò che studiava, non fu in grado di dire chi era ad un soldato, che s’era introdotto in casa sua per rubare, e lo interrogava, puntandogli la spada sguainata alla testa. Disse solo, proteggendo la terra con le mani: “Ti prego, non lo sciupare!”. Perciò, quasi fosse ignaro delle disposizioni del vincitore, venne decapitato e col suo sangue rovinò le tracce del suo studio. Cosicché è successo che per un’identica passione prima gli venisse offerta la vita, e poi ne fosse spogliato».
(3. continua)

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