Nella tradizione monastica ha particolare rilevanza il chiostro come luogo di meditazione e preghiera. ‘Chiostro’, dal latino ‘claustrum’, indica un luogo chiuso, un cortile cinto da porticati, così da avere come sola apertura quella verso l’alto, cioè il cielo, chiaro richiamo a elevare la mente e l’anima verso le cose celesti.

Nella tradizione francescana riveste particolare importanza per la meditazione personale del frate la cella. Anche questa richiama a uno spazio chiuso, limitato, angusto, di ridotte dimensioni, una stanza piccola e nuda da suppellettili. La parola rimanda anche all’idea di prigione, luogo dove stare forzatamente. Nelle prime Costituzioni dei Frati Cappuccini, redatte nell’anno 1536, si parla specificatamente delle dimensioni della cella, proprio a sottolineare lo speciale significato che tale luogo deve avere per la vita del frate. Al n.74 (Un «piccolo modello» per l’architettura cappuccina) di quelle prime Costituzioni così si legge:

«Le celle non superino nove palmi in lunghezza e in larghezza, dieci in altezza; le porte siano alte sette palmi e larghe due e mezzo; le finestre alte due e mezzo, larghe uno e mezzo; l’andito del dormitorio sia largo sei palmi. E, così, gli altri locali siano piccoli, umili, poveri, vili e bassi, affinché ogni cosa predichi umiltà, povertà, disprezzo del mondo.»

Anche l’architettura doveva richiamare “umiltà, povertà, disprezzo del mondo”, per dare spazio a Dio, alla relazione con Lui, infatti al n.63 (Unione con Dio «nostro ultimo fine») delle stesse Costituzioni è detto:

«Dato che il nostro fine è Dio, al quale ognuno deve tendere con ardore per trasformarsi in Lui, esortiamo tutti i frati a indirizzare a questo segno tutti i loro pensieri, a rivolgere lì tutti i nostri intenti e desideri con ogni possibile impeto d’amore, perché possiamo unirci al nostro ottimo Padre con tutto il cuore, mente e anima, con le nostre forze e virtù, con attuale continuo intenso e puro amore.»

Ogni pensiero e gesto del frate deve tendere a Dio, all’incontro con Lui per “trasformarsi in Lui”. Proposito arduo se non si dà spazio, dedicandogli tempo, a Colui che può realizzare un così alto proponimento. La cella è per il frate il luogo dove tutto questo si può realizzare, diventare concretezza.

Le piccole dimensioni, l’umiltà e la povertà dei locali cui richiamano le Costituzioni, sono soltantoo propedeutiche allo scopo, servono a creare le situazioni ambientali adatte affinché tutto possa avvenire, poiché l’incontro vero e proprio accade in un’altra cella, quella del ‘cuore’. Lì avviene l’unione e la trasformazione, ed è alla realizzazione di questo fine che servono e conducono “umiltà, povertà, disprezzo del mondo”.

Nel Capitolo LXI della Vita Seconda, Tommaso da Celano, riferendosi a san Francesco, parla de Il tempo, il luogo e il fervore della sua preghiera. Eccone alcuni stralci per capire come il santo d’Assisi vivesse il suo rapporto con Dio nella propria ‘cella’:

«Cercava sempre un luogo appartato dove potersi unire, non solo con lo spirito, ma con le singole membra al suo Dio. E se all’improvviso si sentiva visitato dal Signore, per non rimanere senza cella, se ne faceva una piccola con il mantello. E se a volte era privo di questo, ricopriva il volto con la manica per non svelare la manna nascosta. Sempre frapponeva fra sé e gli astanti qualcosa, perché non si accorgessero del contatto dello sposo: così poteva pregare non visto anche se stipato tra mille, come nel cantuccio di una nave. Infine, se non gli era possibile niente di tutto questo, faceva un tempio del suo petto.» FF 681

«Spesso, senza muovere le labbra, meditava a lungo dentro di sé e, concentrando all’interno le potenze esteriori, si alzava con lo spirito al cielo. In tale modo dirigeva tutta la mente e l’affetto a quell’unica cosa che chiedeva a Dio: non era tanto un uomo che prega, quanto piuttosto egli stesso tutto trasformato in preghiera vivente» «Quando il suo spirito era nel pieno del fervore, egli con tutto l’esteriore e con tutta l’anima completamente in deliquio si ritrovava già nella perfettissima patria del regno dei cieli.» FF 682

Francesco ci insegna che con la preghiera si può assaporare un anticipo di cielo già qui in terra, nella cella del proprio cuore.

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