Messa di Natale, Messale di Parigi, 1489

ὅτι παιδίον ἐγεννήθη ἡμῖν υἱὸς καὶ ἐδόθη ἡμῖν(*), αὐτὸς γάρ ἐστιν ἡ εἰρήνη ἡμῶν(**)

            L’Impero che ha bisogno del Papa,… ma se il papato sostiene l’elezione di un diverso candidato o non appoggia il progetto di universalismo imperiale fondato sull’estensione egemonica territoriale, l’Impero può anche tentare di imporsi, in modo anche non “sacro”, così da predominare comunque. Un candidato all’Impero voluto dal Papa – magari proprio quello di prima –, può vendere per denaro il suo voto in favore del suo antagonista, ma se, per altri versi, il nemico principale resta pur sempre l’Imperatore sedente, che è cattolico, per contrastarlo si può benissimo sposare la causa della Riforma luterana, anche se ciò comporta per il papato un indebolimento del prestigio e un considerevole danno patrimoniale, senza contare che, con due voltafaccia, non si dovrebbe (dicasi e leggasi: non si dovrebbe!) più poter contare sull’appoggio futuro del Papa. Come sia, dal 25 dicembre dell’anno 800 reparatæ salutis, l’Impero si chiamò in ogni caso “Sacrum Imperium Romanum” e così continuò a chiamarsi per un bel po’, nonostante la sua discutibile sacralità e l’opinabile connotazione romana.

            Un’opera lirica (il Don Carlo) ha offerto l’occasione per andare a rispolverare – sia pure soltanto molto superficialmente – un periodo storico complesso e controverso, fatto anche di alcune combinazioni non esattamente prevedibili, ma neppure completamente fortuite o da imputare a certe indisponibili e fatali congiunzioni astrali. Tanto per esemplificare: in vista del consolidamento e dell’ampliamento del potere non necessariamente si debbono combinare per l’appunto quei precisi matrimoni tra teste coronate, e, magari, altre preferenze potrebbero essere state scelte ugualmente o ancor più convenienti o opportune. Inoltre, non è neppure detto che una particolare (vera o supposta) situazione di precaria salute (mettiamo, a livello mentale) e una fitta successione di decessi illustri debbano verificarsi in una quasi totale contemporaneità;… però la politica dell’accentramento e la concezione ereditaria dei domini sono indiscutibilmente tra le linee guida ispiratrici della gestione del potere e sono comunque alla base d’un assolutismo, che, tutto considerato, si rivela piuttosto ottusamente ignaro che non responsabilmente negatore del valore e della dignità dei popoli. Si finisce così in un calcolo dove entrano in gioco il prestigio, il fasto, il puntiglio, la ripicca…. e, per certi versi, anche le popolazioni soggette restano coinvolte, censite però materialmente, in ordine alla forza lavoro, essenzialmente agricolo, che possono garantire, e alla capacità e disponibilità mercenaria di vendersi al saccheggio e alla guerra. Sono strumentali tutti gli altri costitutivi esistenziali, come la religione, le arti, i traffici, le scoperte di nuovi continenti….. Valori come quello della pace sono camuffati con un’apparente quiete di superficie, mentre la libertà è mistificata come supina obbedienza, solo parzialmente garante di un limitato benessere. La storia di quel tempo, come quella di tante altre epoche, ha confinato la nativa inalienabile capacità e volontà umana, personale e collettiva, di progettare e sognare, confinandola nelle teste di sparute minoranze, quelle d’una esigua aristocrazia, la quale, spesso, ha trasformato le sue mire dissennate in orrore, il suo sogno funesto in un incubo universale. E, limitandoci ad alcuni fatti di casa nostra, non paiono intravedersi reali, profondi, auspicati e auspicabili cambiamenti: nel secolo scorso a sua maestà Vittorio Emanuele III, re d’Italia e d’Albania e imperatore d’Etiopia, pur di mantenere in piedi la monarchia sabauda, andavano bene il banditismo e la dittatura fascista, le leggi razziali e la seconda guerra mondiale; oggi, a Matteo Salvini, – a caccia di un consenso elettorale di “pancia”, altrimenti ragionevolmente non raggiungibile, – a lui, così come a troppi altri – appartenenti al mondo dell’imprenditoria, ma anche ai ceti più bassi per reddito e cultura –, vanno bene (sia pure per motivi in parte opposti), la sciagurata guerra fra poveri (quelli di dentro: disoccupati, licenziati, sottopagati al nero,… contro quelli di fuori: immigrati, profughi, perseguitati,…) e la sacrilega guerra d’aggressione della Russia di Putin, di Kirill e della sua ortodossia moscovita, contro l’Ucraina, come se un’eventuale relativa tranquillità economica di alcune fasce di quelli che vengono “prima degli altri”, (quando pure ci fosse…. e a qual prezzo conquistata!), possa tollerare con vigliacca indifferenza e perfino perfidamente avallare la violenza criminale e brutale scatenata contro le persone e gli stati.

            Certamente non è un caso che da un lavoro teatrale possano venire sollecitazioni in ordine a considerazioni di peso assai importante. Si potrebbe dire che il teatro, tutto il teatro, non “in fondo”, ma “di natura sua”, è fatto apposta: compresa la farsa e le marionette. Per Don Carlo bisogna poi tener di conto anche e specialmente della sua epoca, la seconda metà del XIX secolo, quando si sta faticosamente cercando di fondare (e, per certi versi, di rifondare) su valori reali, ma non sempre di trasparente evidenza, un’entità unitaria italiana, già intravista e tante volte voluta in passato da grandi spiriti, troppe volte tristemente lacerata, a lungo e nei fatti, da faziose divisioni, fino a sollecitare l’intervento straniero, come quando, nel settembre del 1484, Carlo VIII di Francia, chiamato da Ludovico Sforza, detto il Moro, invadeva l’Italia.

            La maledizione incombente della guerra e il bisogno insopprimibile di una pace vera, che non si accontenta solo del disarmo, anche se inderogabilmente lo presuppone. La pace vera, che si fonda sulla giustizia, la quale, a sua volta, pretende il riconoscimento della sacralità inviolabile della vita umana, della pari dignità di tutte le persone, della loro uguaglianza difronte alla legge; che esige l’osservanza dei doveri individuali e sociali. La pace vera necessita di educazione, si attua nella democrazia; riconosce il merito; ammette l’errore, la colpa e il delitto: non li tollera, non li accredita e tanto meno li giustifica, bensì li punisce (rieducativamente e mai vendicativamente), per un verso, e, per un altro, invita alla comprensione, alla compassione e al perdono.

            Vorremmo tenacemente non perdere ogni speranza e guardare con fiducia ad un vaticinio, con cui ora terminiamo queste divagazioni e dal quale ripartiremo prossimamente.

            Is 9      4Perché ogni calzatura di soldato che marciava rimbombando
                         e ogni mantello intriso di sangue saranno bruciati, dati in pasto al fuoco.
            (*)         5Perché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio.
                         Sulle sue spalle è il potere e il suo nome sarà:
                         Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace.
                        6Grande sarà il suo potere e la pace non avrà fine
                         sul trono di Davide e sul suo regno,
                         che egli viene a consolidare e rafforzare
                         con il diritto e la giustizia, ora e per sempre.
                         Questo farà lo zelo del Signore degli eserciti.

(4. continua)

(*) Traslitterato dall’ebraico:
                                               Kî-yèledh yulladh-lā́nû | bēn nittan-lā́nû.
Quasi il delicato trastullo d’un neonato, una sommessa cantilena di ninnananna.
(**) Egli infatti è la nostra pace (Ef 2,14)

LA PACE NON AVRÀ FINE SUL TRONO DI DAVIDE

Piero del Pollaiolo, Speranza, 1470, Uffizi, Firenze ἡ δὲ ἐλπὶς οὐ καταισχύνει(*)             Poche parole tratte dal brano di Isaia, con cui abbiam terminato il

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