La vigna del Regno (Mt 21,33-43) : domenica XXVII

Il 4 ottobre di quest’anno coincidono sia la XXVII domenica che la festa del santo di Assisi, celebrata nelle chiese francescane. In queste brevi parole, seguiamo il ritmo ordinario delle letture, con un accenno finale alla figura di Francesco. La parabola che Gesù racconta prende spunto da un sottofondo tipicamente giudaico. La vigna è immagine tradizionale per indicare il rapporto premuroso che Dio nutre verso il popolo d’Israele. Ricevuta dai padri, di generazione in generazione, era una proprietà da non disperdere (cf la storia di Nabot in 1Re 21). Il passo profetico di Is 5,1-7 sarà stato presente alla mente di Gesù e dei suoi ascoltatori. Innestata in questo sfondo ben coerente con la tradizione e la fede d’Israele, la storia narrata presenta uno svolgimento paradossale, che sfugge alle concrete possibilità reali. Anche di fronte alla lontananza protratta da parte del padrone, le azioni violente dei mezzadri non avrebbero mai permesso loro d’impadronirsi legalmente della vigna. L’atteggiamento del padrone che, pur mostrando, alla fine della storia, una forza adeguata per punirli severamente, come ultimo gesto invia il proprio figlio inerme, esponendolo alla loro violenza già sperimentata, appare decisamente insensato. L’insieme della narrazione, allora, invita a pensare ad un racconto attraverso cui Gesù intenda presentare sé stesso e la propria missione come l’ultima possibilità offerta da Dio, al termine di una storia costellata di interventi profetici per la conversione del popolo d’Israele. Gesù modula la parabola sul brano di Is 5, ben conosciuto ai suoi ascoltatori: narra una «nuova» storia della «vecchia» vigna. Gli schiavi inviati sono indicati col termine greco «servi» (douloi), che nel linguaggio biblico alludono immediatamente ai profeti; inoltre, la tradizione della loro uccisione è ben diffusa (cf Zaccaria lapidato secondo 2Cronache 24,21). Anche la decisione finale dell’uccisione del figlio ha un richiamo biblico nella decisione dei figli di Giacobbe di uccidere il fratello Giuseppe (Gen 37,20). L’insieme del testo mostra chiaramente come la missione di Gesù si svolga attraverso la rinuncia decisa a quella forza autorevole che avrebbe potuto esercitare in nome del Padre suo. La scena finale, come viene descritta (Mt 21,39), appare limpida per i lettori del Vangelo: fuori della vigna (Gerusalemme), il figlio (Gesù) viene ucciso davanti alla città (sul Golgota). Ma la storia dell’intervento amoroso di Dio non è finita, perché la pietra scartata dai costruttori è diventata «testata superiore d’angolo», quella pietra squadrata, che stava ben visibile ad uno dei quattro angoli superiori dell’edificio.

Qual è dunque la luce che questa parabola trasmette oggi alla nostra storia di credenti? Possiamo dire che la vigna amata e curata da Dio è suo Regno. In vista del Regno, Gesù ha predicato, confortato, donato la sua vita. E coloro che porteranno frutto sono coloro che agiranno secondo la logica del Regno, a prescindere da ogni appartenenza confessionale e istituzionale. La storia di Dio con l’umanità si è dipanata attraverso la scelta di Israele, perché preparasse la missione singolare nella carne umana del suo Figlio Gesù. Da qui è nato un popolo nuovo, unito dalla fede e dallo Spirito. Ma il Regno per cui Gesù ha dato la vita ha confini indeterminabili: sono i confini dell’amore che non ha confini per portare frutti di giustizia, di pace, di fratellanza. Francesco d’Assisi ci trasmette la medesima visione di universalità, riconoscendo in ogni creatura un fratello e una sorella. Tutto ciò che esiste viene da Dio. Tutto ciò che vi è di buono e bello porta l’immagine dell’Unigenito Figlio del Padre: è la fratellanza universale, segno e prima realizzazione del Regno di Dio. Infatti, questa fratellanza senza limiti ha una destinazione ultima: il cammino di tutti e di ciascuno si snoda verso la pienezza del Regno. Papa Francesco, oggi stesso, ci richiama Francesco con la sua lettera: «Fratelli tutti» è l’inizio di una lettera di Francesco (d’Assisi); è l’inizio della lettera di Francesco (papa) … possa essere per tutti l’inizio di un modo nuovo di contemplare l’umanità.

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