Pensieri per il triduo

Sera del giovedì santo

Con la sera del giovedì santo inizia il santo triduo della Pasqua del Signore. Di per sé, al ritmo della liturgia corrispondono i nostri tre giorni di venerdì santo, sabato santo e domenica di risurrezione. Questo perché al tempo di Gesù, il computo del giorno nell’impero romano e in Palestina iniziava al tramonto del sole, con le quattro vigilie notturne, secondo i turni di sentinella. Dall’alba al tramonto, poi, si scandivano le dodici ore della luce diurna. Così, con l’ultima cena, celebrata da Gesù prima della sua passione, inizia il giorno prima del sabato, nel quale, secondo la narrazione dei Sinottici, Gesù vive con i discepoli il rito pasquale ebraico, in memoria di quello che Dio ha fatto per Israele, trasformandolo nel nuovo rito da celebrare in memoria di lui stesso. In questo nuovo rito, la nostra eucaristia, Gesù consegna sé stesso in memoria della consegna fatta sulla croce, compimento del suo amore verso il Padre e l’umanità intera. La liturgia della sera del giovedì santo ci riporta a quella sera, facendoci fare memoria di un altro gesto, profezia del sacrificio della croce. La lavanda dei piedi, infatti, narrata da Giovanni esprime e riassume la volontà di Gesù di essere venuto per servire fino alla donazione totale della vita. Il comandamento dell’amore reciproco consegnato in questa sera ai suoi discepoli affonda le radici nell’amore di Gesù, vissuto «sino alla fine», come lui stesso afferma nell’ultima parola pronunciata dall’alto della croce: «tutto è compiuto». Iniziamo, dunque, questo triduo pasquale lasciandoci immergere dalla liturgia nella contemplazione di questo mistero d’amore per lasciarcene coinvolgere in una autentica esperienza di fede.

Venerdì santo

Nei giorni di venerdì e sabato santo non celebriamo l’eucaristia, ma siamo in attesa di viverla nella gioia piena della domenica di risurrezione. Oggi la liturgia ci invita a fare la memoria della passione del Signore, ascoltandone la narrazione dal Vangelo secondo Giovanni. Nella domenica delle palme il racconto della passione è preso da uno degli altri evangelisti, che esprimono con maggiore realismo la dimensione tragica di quegli avvenimenti. Nella raffigurazione dell’evangelista Giovanni, invece, è come se tutto si svolgesse sotto la regia di Gesù, come se in ogni minimo particolare fosse lui a guidare gli avvenimenti, lui che afferma di fronte a Pilato di essere re. E il titolo della sua condanna a morte lo proclamerà tale senza mezzi termini: Gesù Nazareno re dei Giudei. Questa prospettiva non contraddice la dimensione tragica e sofferta della passione, ma ne svela il cuore e l’intenzione che la percorre: la libera volontà di Gesù di condividere sino al punto più estremo la dimensione tragica dell’esistenza umana. Una condivisione voluta per amore, solamente per amore. Non possiamo né dobbiamo tralasciare una riflessione attenta sul legame tra le sofferenze di Cristo e la manifestazione dell’amore eccessivo di Dio verso il mondo. Ogni sofferenza è una ferita per quella abbondanza di vita che costituisce la vocazione di ogni uomo e donna che vengono generati. E per la nostra fede solo l’amore è generativo. Le sante piaghe di Cristo, la sua sofferenza imperscrutabile trovano la forza generativa nell’amore che ha animato il Figlio di Dio, fino al punto da condividere una solidarietà estrema con l’umanità intera, escluso il peccato, ma non le sue conseguenze. Sulla croce Gesù, il Santo di Dio, persevera nella sua santità mentre accoglie in obbedienza al Padre quel farsi peccato per non abbandonare nessuno. Non può abbandonare la comunione col Padre, non può distaccarsi dai suoi fratelli peccatori. E il suo cuore ne viene dilaniato. Da questo tragico giorno del venerdì santo, dovunque si trovino una donna o un uomo, travolti dalla sofferenza o dalla ineluttabile fine della loro vita, possono ascoltare una parola che viene loro sussurrata dal profondo del mistero di Dio: «anch’io».

Sabato santo

Il sepolcro è stato chiuso dalla grande pietra. Il corpo di Gesù vi è stato collocato in fretta e furia per non violare la norma del sabato. Alcune donne, affrante e dolenti, ve lo hanno accompagnato, preparandosi già col pensiero a ritornare in quel luogo a completare le dovute attenzioni per una sepoltura secondo la legge. Intanto è sabato, lo shabbat della fede giudaica, quando tutto è riposo, ogni attività ridotta al minimo necessario. Nel cuore dei discepoli di Gesù questo sabato non è come gli altri. Uno sgomento li attanaglia, dopo che gli eventi del giorno prima hanno devastato ogni speranza, che adesso assumono il colore di illusioni frantumate. Forse, solo nel cuore di quelle donne non vi è posto per lo sgomento. L’amore puro che le legava al Signore, mentre si apre ad una sofferenza tragica, esige di spendersi ancora verso quel corpo. Domani, dopo le unzioni, potranno aprire anch’esse lo spirito alla desolazione di una perdita definitiva. Ma non è così per tutti. Una donna sola, avvolta in un silenzio ormai placato, dopo essersi offerta ad una delle più strazianti vicende di cui una madre possa essere partecipe, resta in attesa dell’indeducibile manifestazione della potenza di Dio. È Maria, unica custode della fede. Questo sabato le appartiene in modo singolare, perché la fede della Chiesa nascente è tutta intera racchiusa nel suo cuore. Davanti a quel sepolcro chiuso, Maria attende, illuminata dallo Spirito. La sua memoria ormai è liberata da ogni angoscia e può ripercorrere tutte le promesse di Dio. Maria nel suo intimo attende, consapevole che qualcosa sta per accadere. Come Maria, la Chiesa vive questo giorno senza eucaristia come un’attesa di vita. Immersi nella fede, siamo invitati al silenzio profondo per condividere quel sentimento di Maria che presto si trasformerà in un grido di gioia inattesa e sconvolgente.

Domenica di Risurrezione
Cristo è risorto! È davvero risorto! Nei territori cristiani d’oriente, queste esclamazioni sono il saluto consueto che ci si scambia il mattino di Pasqua. E dobbiamo riconoscere che esprimono in modo immediato un profondo valore di fede, molto più di altri auguri ai quali siamo abituati. È la Pasqua del Signore, di colui che era morto ed ora è vivo per sempre, per donarci il suo Spirito come ci sarà ricordato nella seconda domenica di Pasqua e riconfermato il giorno di Pentecoste. Ed è proprio l’azione rinnovatrice dello Spirito che esprime il senso vero di questo mattino di Pasqua. Un’azione che ha la forma di un dono che si comunica, trasforma, assimila, conduce a pienezza. Probabilmente dovremmo sforzarci di trovare parole diverse per indicare cosa è successo a Lazzaro e al Signore. Quando parliamo di risurrezione non è la stessa cosa. Lazzaro è stato riportato in vita per morire di nuovo: ne sono il segno le bende e il lenzuolo che ancora lo avvolgono quando esce dalla tomba e serviranno di nuovo. Oggi, in questo mattino di Pasqua, il Vangelo annuncia che teli con i quali è stato avvolto il corpo di Gesù sono posati là, il sudario è avvolto in un luogo a parte. Non servono più, perché Gesù è vivo, per sempre, nello Spirito della risurrezione. Da oggi un fermento di vita nuova è stato inserito nell’intera creazione per trasformarla. L’annuncio che Cristo è risorto non riguarda lui solo, ma è la proclamazione di una relazione nuova, che trasforma profondamente, nella quale Dio desidera che ci lasciamo coinvolgere. Oggi la nostra partecipazione alla Messa di Pasqua è un preciso appello a ricambiare la donazione del Corpo di Cristo con la nostra personale donazione nella verità dell’amore. Oggi ci viene donata la certezza interiore che la nostra vita ha senso nel dono sincero di sé stessi. Oggi una speranza illumina il futuro, oltre ogni situazione difficile, persino tragica, che siamo chiamati ad attraversare. Oggi la liturgia ci offre il dono di poter gridare che Cristo è risorto anche dentro di noi, perché i nostri giorni siano un puro annuncio di vita in abbondanza, senza limiti nell’amore, nella gioia definitiva dello Spirito. Diciamoci pure Buona Pasqua, sorelle e fratelli, ma perché Cristo è risorto, è davvero risorto.

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