Accogliere il regno come un bambino (Domenica XXV per annuo. B)

Nella traiettoria liturgica di questa estate, dopo la lunga pausa dedicata al discorso eucaristico di Gesù nella sinagoga di Cafarnao, secondo Giovanni, siamo già ritornati ad ascoltare la narrazione di Marco. Ma siamo ancora ritornati a Cafarnao, perché proprio qui i discepoli di Gesù si interrogano su chi sia il più grande fra di loro. Lo fanno «a casa», probabilmente quella di Pietro o della sua suocera.

Tutto nasce dal secondo annuncio di Gesù sul suo futuro destino. Una serie di verbi al passivo (sarà consegnato e messo a morte) con la quale i discepoli sono messi al corrente della sorte tragica che aspetta il maestro, anche se tutto si apre ad una misteriosa soluzione di vita e vittoria. Siamo davanti ad una formula brevissima, riportata dagli altri sinottici, ma solo Marco chiama questo annuncio «un insegnamento». Nel cammino della sequela che l’evangelista propone, venire a conoscenza della sorte del Figlio dell’uomo non è solo un’informazione. La storia di Gesù è modello da imitare, è norma di vita per ogni discepolo prima, compreso chiunque legga o ascolti questa storia, destinatario della narrazione evangelica.

Di fronte all’annuncio nasce una incomprensione non risolta che pone una distanza tra Gesù e i discepoli. Il vero problema è il silenzio. In un cammino spirituale, quale quello che Gesù sta proponendo ai discepoli, non c’è nulla di strano nel fatto di non comprendere. Ma i discepoli non chiedono spiegazione. Anzi, il silenzio di fronte al destino di Gesù si trasforma nella ricerca di chi sia il più grande fra di loro. E tacciono di nuovo quando Gesù chiede di cosa stiano parlando fra di loro.

Allora il Maestro cambia sistema. Le parole non sono sufficienti per scuoterli dalla chiusura in se stessi. Per rompere il dialogo sordo nel quale erano caduti, si mette a sedere, la posizione di colui che insegna, e agisce. Compie un gesto improvviso: prende un bambino e lo mette al centro. E solo adesso parla, dicendo parole che non sembrano strettamente legate al gesto compiuto, ma sono una risposta limpida all’interrogativo che albergava nel cuore e nella conversazione dei discepoli: «chi vuol essere il primo sia l’ultimo e il servo di tutti». L’insegnamento è chiaro. Il gesto lo rende ancora più evidente, quasi lo incarna in un atteggiamento lucido, dolce e forte al tempo stesso, aprendo lo sguardo verso un orizzonte più ampio.

L’accoglienza di un bambino, esempio di ogni piccolo ed emarginato, spiega come essere il più grande consista nella comunione con Gesù e quindi con il Padre. La grandezza autentica è accogliere Gesù. In questa accoglienza, che possiamo definire sacramentale, accade l’accoglienza di Colui che l’ha inviato. Viene in mente la richiesta che Filippo porrà nei discorsi dopo la cena: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Vengono in mente le frasi riportate nel discorso eucaristico alla sinagoga di Cafarnao. Davvero non c’è altro di più profondo e alto che aprire il cuore nell’amore alla persona di Gesù. Questa accoglienza si realizza in un atteggiamento di vita modellato sulla sua, nel servizio agli uomini portato sino alle ultime conseguenze dell’amore: «li amò sino alla fine» (Gv 13,1). L’accoglienza di ogni «bambino» ci fa aprire all’accoglienza piena del mistero di Dio, del Padre del Signore nostro Gesù Cristo, nella potenza del loro Spirito.

IL PRIMO CONVENTO FRANCESCANO

Le Celle di Cortona, Oratorio“Cellam gyro parvam paupertas struxit et arte rudem”             Dove si trova il manoscritto di quella elegia di soli sedici distici,

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