In principio… (Domenica XXVII per annuo . B)

Il brano evangelico riporta due interventi di Gesù su quella che potremmo indicare come la realtà familiare. All’affermazione chiara che nega la possibilità del ripudio segue l’invito ad accogliere i bambini. Leggendo insieme i due brani, come ci viene proposto dalla liturgia, abbiamo una finestra aperta sulla sequela di Cristo verso il Regno.

Nel primo brano dei farisei interrogano Gesù sulla liceità del ripudio. Come viene ricordato dal dialogo che ne nasce, la legislazione mosaica prevedeva che il marito potesse consegnare alla moglie un libretto di ripudio, con il quale il legame coniugale si considerava sciolto e ambedue potevano risposarsi (cf Dt 24,1-2). Anche al tempo di Gesù, le scuole rabbiniche disputavano sulle motivazioni accettabili, oscillando tra posizioni rigoriste e più lassiste. Gesù contesta questa dialettica, svelando come nasca dalla durezza di un cuore incapace di aprirsi al dono divino e riporta l’unione tra uomo e donna al disegno originario del Creatore: «Dall’inizio della creazione non fu così». Letteralmente «dal principio», con la stessa parola che troviamo in Genesi (Gn 1,1) e nel quarto Vangelo (Gv 1,1). Il progetto di Dio sull’unione fra uomo e donna è radicale, li conduce ad una unità profonda, tanto da formare una sola esistenza condivisa. Per questo motivo, il brano ci offre una prospettiva che non appartiene solo all’ambito etico, come realizzazione nella vita umana del progetto divino sul matrimonio. Siamo invitati ad andare oltre, senza rinnegare la dimensione etica: aprendoci al mistero, scopriamo una visione mistica della realtà coniugale. Fin dall’inizio Dio ha preparato la struttura della differenza tra uomo e donna come una differenza che tende alla comunione. Quando questa esperienza di tensione verso l’unità accade in Cristo, si apre per i coniugi cristiani un cammino di santificazione, segnato dalla sequela e dalla grazia pasquale del Signore. Come ha ricordato papa Francesco in Amoris laetitia, citando la Familiaris consortio di Giovanni Paolo II, accogliere il dono sacramentale del matrimonio chiede un attento discernimento vocazionale, attraverso il quale l’uomo e la donna arrivano a scegliersi e donarsi a vicenda alla luce della croce di Cristo, fondamento di un amore vissuto sino alla fine (cf Gv 13,1):

Il sacramento del matrimonio non è una convenzione sociale, un rito vuoto o il mero segno esterno di un impegno. Il sacramento è un dono per la santificazione e la salvezza degli sposi, perché «la loro reciproca appartenenza è la rappresentazione reale, per il tramite del segno sacramentale, del rapporto stesso di Cristo con la Chiesa. Gli sposi sono pertanto il richiamo permanente per la Chiesa di ciò che è accaduto sulla Croce; sono l’uno per l’altra, e per i figli, testimoni della salvezza, di cui il sacramento li rende partecipi». Il matrimonio è una vocazione, in quanto è una risposta alla specifica chiamata a vivere l’amore coniugale come segno imperfetto dell’amore tra Cristo e la Chiesa. Pertanto, la decisione di sposarsi e di formare una famiglia dev’essere frutto di un discernimento vocazionale. «Il dono reciproco costitutivo del matrimonio sacramentale è radicato nella grazia del battesimo che stabilisce l’alleanza fondamentale di ogni persona con Cristo nella Chiesa. Nella reciproca accoglienza e con la grazia di Cristo i nubendi si promettono dono totale, fedeltà e apertura alla vita, essi riconoscono come elementi costitutivi del matrimonio i doni che Dio offre loro, prendendo sul serio il loro vicendevole impegno, in suo nome e di fronte alla Chiesa…» (Francesco, Amoris laetitia, 72-73)

A questa vocazione matrimoniale appartiene la fecondità della generazione. E non mi sembra opportuno trascurare il secondo brano della liturgia nel quale Gesù apre il cuore all’accoglienza dei bambini, riportando su di loro attenzione e gesti. Nella propria casa il bambino chiede attenzione da tutti. Ha una fiducia infantile ma senza limiti verso i genitori, che nei suoi pensieri sono lì per lui e per nessun’altra persona. Questo atteggiamento fiduciale è modello per accogliere il Regno, senza remore o ritrosie, senza paure o distacco. Per molti esegeti, poi, il brano ha una chiara prospettiva battesimale nell’uso del termine «non … impedire», che nell’antica liturgia indicava la cessazione di ogni impedimento perché il catecumeno ricevesse il battesimo.

La realtà familiare, quindi, per la fede cristiana è via singolare ed autentica verso il Regno. Nella comunione totale della loro esistenza, espressa con ogni gesto d’affetto proprio dell’amore coniugale, gli sposi possono sperimentare nella fede un’esperienza di santificazione reciproca e progressiva. Al loro cammino non è estranea la generatività e l’educazione dei figli. Sono modello vivente di come accogliere il Regno di Dio, l’unico valore assoluto e per il quale Gesù ha vissuto sino al dono definitivo della sua stessa vita.

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