Gn 4 21Il fratello di questi (Lamec) si chiamava Iubal:
egli fu il padre di tutti i suonatori di cetra e di flauto(1).

            Il testo del celebre coro del Nabucco consta di quattro quartine di versi decasillabi, impostati assai aulicamente e con una licenza poetica: “simíle” al posto del normale e corretto “símile”, dovuta all’esigenza dell’andamento anapestico di quel tipo di verso. La composizione prevede un accoppiamento di quartine, in modo che si hanno quattro modelli di rime distribuiti in otto versi; si dà anche un’eccezione allo schema fondamentale con l’inversione di due versi all’inizio della seconda quartina. Ecco il testo, secondo la corretta grafia corrente, evidenziando le rime:

                        Va’, pensiero, sull’ali dorate;                       a
                        va’, ti posa sui clivi, sui colli,                      b
                        ove olezzano tepide e molli                         b
                        l’aure dolci del suolo natal!                          c

                        Del Giordano le rive saluta,                          d
                        di Sionne le torri atterrate….                       a
                        Oh, mia patria sì bella e perduta!                d
                        O membranza sì cara e fatal!                       c

                        Arpa d’or dei fatidici vati,                             a’
                        perché muta dal salice pendi?                     b’
                        Le memorie nel petto raccendi,                   b’
                        ci favella del tempo che fu!                          c’

                        O simíle dei Solima ai fati,                            a’
                        traggi un suono di crudo lamento,              d’
                        o t’ispiri il Signore un concento,                  d’
                        che ne infonda al patire virtù.                      c’

            Il più diretto richiamo al Salmo 137, di cui qualcosa si è precedentemente detto, è nella quarta strofa, dove le cetre appese “ai salici di quella terra” di quel Salmo si fondono in un’unica profetica “arpa d’or”, resa muta dall’imperversare di eventi dolorosi. Così “i fiumi di Babilonia” cedono il posto all’esplicita menzione del “Giordano”, che, non ricordato nel Salmo, era già una facilmente intuibile presenza nel nostalgico bagaglio dei ricordi ossessivi e struggenti, come una naturale contrapposizione alla vastità di acque scorrenti in terra ostile. Quegli stessi ricordi si stemperano in un nostalgico “pensiero” aereo, capace di volare verso l’irraggiungibile, dove la bellezza della natura persiste accanto alle imponenti rovine, testimoni d’una passata grandezza: “Oh, mia patria sì bella e perduta!”.

            L’invettiva del Salmo è totalmente scomparsa, trasformata in una preghiera che chiede all’arpa d’oro di tornare spontaneamente a suonare, per accompagnare un mesto lamento, o, sperabilmente, per infondere nei cuori una divina forza di rassegnazione. Intanto le due arpe previste in organico orchestrale(2) tacciono durante l’esecuzione del coro e l’attesa continua.

            La partitura musicale è in Fa diesis maggiore(3).
            Nulla sostituisce l’ascolto. (fine)

__________

Note
(1) kinnốr we‘ûgā́v; ψαλτήριον καὶ κιθάρα; cithara et organum.
(2) La partitura di Verdi prevede l’utilizzo di
                        ottavino, 2 flauti, 2 oboi, corno inglese, 2 clarinetti, 2 fagotti,
                        4 corni, 2 trombe, 3 tromboni, cimbasso,
                        timpano, grancassa, piatti, tamburo, triangolo,
                        2 arpe,
                        archi.
                        Da suonare sul palco: banda.

(3) Tra le composizioni in Fa diesis maggiore più note si segnalano:
Ludwig van Beethoven, Sonata per pianoforte n. 24, Op. 78, 1809, a Therese von Brunswick.
Fryderyk Chopin, Barcarola in Fa diesis maggiore, Op. 60, 1845 e il 1846.
Gustav Mahler, Sinfonia n. 10 in Fa diesis maggiore, 1910, incompiuta per la morte dell’Autore, intervenuta il 18 maggio 1911.
            La tonalità di Fa# maggiore è enarmonica con Solb maggiore, usata, ad esempio, da
Fryderyk Chopin, Studio op. 10 n. 5 in Sol bemolle maggiore, 1830, chiamato “tasti neri”.
Franz Schubert, Improvviso op. 90 n.3, 1827.
Anton Bruckner, Quintetto in Fa maggiore per archi, 1879, Adagio (Sol bemolle maggiore).

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