PIERO DELLA FRANCESCA, Madonna del parto, 1455 – 1465
La relazione filiale e quella fraterna, nel testo, si fondono in un tutt’uno, nel senso che si è fratelli in quanto figli di uno stesso padre. La paternità di Dio viene pienamente accolta e realmente vissuta appunto “quando facciamo la volontà del Padre che è nei cieli”, ossia è specificamente nell’obbedienza che si esprime l’oggettiva dimensione della filiazione adottiva, secondo l’esempio dato da Gesù, fattosi obbediente – ricordiamolo ancora una volta – fino alla morte. Così l’obbedienza colloca, per grazia, sullo stesso piano dell’Obbediente divino, quasi un Fratello maggiore, di cui ricalcare le orme (cf. 1Pt 2,21). E sarà anche bene ricordare che, nella spiritualità di Francesco, la vita consacrata prevede la professione dell’obbedienza al primo posto nell’osservanza dei consigli evangelici, secondo la successione: “vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità” (cf. Rb 1,1). Più in generale poi, nell’ottica francescana si dà quasi una sorta di intreccio, di “con-fusione” verrebbe da chiamarla, tra obbedienza e povertà, non potendosi considerare povero autentico chi mantiene il possesso della propria volontà (cf. Am 3), come non può dirsi veramente obbediente chi non segue il Cristo povero fino sulla croce(1).
Di tutto rilievo la connotazione della maternità spirituale. Una maternità sul piano naturale comporta un periodo di gestazione, a cui fa seguito il parto: fasi necessarie e successive. Nei confronti di Cristo le due fasi diventano costante contemporaneità: una specie di perenne gestazione per via della sua immanente presenza nel cuore, nel corpo e “nella pura e sincera coscienza” e, insieme, un parto, una generazione sempre in atto “attraverso il santo operare” che testimonia il Cristo al prossimo, mentre lo sta riconoscendo presente nei fratelli.
La maternità spirituale nei confronti di Cristo comporta una compartecipazione alla maternità di Maria, per cui il Signore diventa in certo modo anche nostro figlio e, per inciso, Maria è, allo stesso tempo, madre e sorella dell’umanità. Figlio si dice, dunque, sotto diversi aspetti: il fedele è figlio del Padre nell’ordine spirituale come Cristo, nello stesso ordine, è figlio del fedele; nell’ordine naturale Cristo è unicamente Figlio del Padre, la cui paternità è assoluta e incomunicabile: «E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste» (Mt 23,9). La complessità delle diverse relazioni ha la sua origine nel mistero dell’Incarnazione, con intrecci, contemporaneità e coesistenza non confusiva di diversi e di opposti(2), inedite armonizzazioni, come, ad esempio, colse contemplativamente Dante(3):
«Vergine Madre, figlia del tuo figlio, 1
umile e alta più che creatura,
termine fisso d’etterno consiglio,
tu se’ colei che l’umana natura 4
nobilitasti sì, che ‘l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.
Anche un celebre e assai citato distico si sofferma sulla conciliazione di aspetti opposti in Maria e sempre relativamente all’Incarnazione:
Partus et integritas, discordes tempore longo,
Virginis in gremio fœdera pacis habent.
Lasciamo impregiudicata la questione se la Lettera ai Fedeli, specialmente nella sua prima redazione, abbia costituito la primitiva Regola dei Fratelli e delle Sorelle della penitenza (TOF), o anche solo un abbozzo, oppure una fonte di ispirazione in tal senso: l’universalità del tenore dello scritto può, a buon diritto, far concludere che ciò che è per tutti, è per ciascuno e per ogni gruppo particolare.
(continua)
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Note
Scritti di Francesco d’Assisi citati
Ammonizioni (Am)
Lettera ai Fedeli, prima redazione (1Lf)
Lettera ai Fedeli, seconda redazione (2Lf)
Lodi di Dio Altissimo (LodAl)
Regola bollata, 29 novembre 1223 (Rb)
(1) Dante Alighieri, La Divina Commedia, Paradiso, XI, 72: “… ella [la povertà] con Cristo pianse in su la croce”.
Chiara d’Assisi, Lettera prima a sant’Agnese di Boemia, 18: “Disse egli infatti: Le volpi hanno le tane e gli uccelli del cielo i nidi, mentre il Figlio dell’uomo (Mt 8,20), cioè Cristo, non ha dove posare il capo, ma chinato il capo rese lo spirito (Gv 19,30)”.
Dunque, neppure sul legno della croce si è posato il capo di Cristo: il mento si è puntato sullo sterno e la povertà ha fatto da cuscino a se stessa.
(2) cf. Concilio di Calcedonia, Sessione 5a, 22 ottobre 451: ἀσυγχύτως, ἀτρέπτως, ἀδιαρέτως, ἀχωρίστως.
(3) o. c., Paradiso, XXXIII, 1-6.