Donatello, Abacuc (Lo Zuccone), Firenze, 1423-1435
“Justus autem in fide sua vivet(*)”.

            Dicevamo che i tre termini restanti, cioè «pešá‘», «ḥăṭā’ā́h» e «‘ăwōn», contenuti agli inizi del Salmo 32 non sono facilmente distinguibili, come proprio le seguenti traduzioni dimostrano.
            Riportiamo il seguente specchietto, indicando le rispettive opere di provenienza:

                                                           «pešá‘»           «ḥăṭā’ā́h»      «‘ăwṓn»
  1)      Marietti(1)                             colpa              peccato           peccato
  2)      Testo dei LXX                       ἀνομία           ἁμαρτία         ἁμαρτία
  3)      Vulgata Clementina            iniquitas        peccatum       peccatum
  4)      Nova Vulgata                       iniquitas        peccatum       delictum
  5)      Ricciotti(2)                            fallo                peccato           colpa
  6)      CEI 1974                               colpa               peccato          male
  7)      CEI 2008                               colpa               peccato          delitto
  8)      Interconfessionale             colpa               peccato          peccato
  9)      NVB(3)                                   errore             peccato          colpa
10)      I Canti di Sion(4)                 colpa               peccato          iniquità

            Se ammettiamo, come parrebbe, che ἁμαρτία, ‘peccatum’, e il nostro ‘peccato’ si corrispondano abbastanza, dai dieci casi sopra presi in considerazione si concluderebbe che sia determinato e univoco il significato di «ḥăṭā’ā́h» e, cioè, ‘peccato’ (termine, tra l’altro, di ignoto etimo e di cui diremo). In quattro casi, sui quei dieci, si nota che non viene fatta distinzione tra il secondo e terzo termine, «ḥăṭā’ā́h» e «‘ăwṓn», ciò che non pare una buona interpretazione e, conseguentemente, neppure una buona traduzione: non si vede, infatti, perché l’ebraico userebbe due diverse espressioni per dire esattamente la stessa cosa, tenuto poi conto che la musicalità di quella lingua non rifugge dalle ripetizioni di parole, per cui non ha una vera necessità di far ricorso ai sinonimi. Il latino ‘delictum’ designa una ‘mancanza’, che può essere un errore, una colpa o una trasgressione; ma il corrispondente etimologico italiano, nell’uso comune, ha piuttosto l’unica valenza di trasgressione, specialmente grave, sanzionata dalla legge. Si potrebbe accettare che «‘ăwṓn» stia a significare genericamente un po’ tutto quello che è il male commesso, in pensieri, parole, opere ed omissioni (da ‘āwā́h, male morale). Per non andare troppo per le lunghe, proponiamo finalmente una possibile traduzione del versetto iniziale del Salmo 32, che riproponiamo dal precedente articolo,
                        «’ašerế ne|śûy‾pešá‘, kesû́y ḥăṭā’ā́h.»,
e anche del primo emistichio del successivo:
                        «’ašerế ’ādhā́m: lō’‾yaḥšṓv YeHôWā́H lô ‘ăwṓn,»
entrambi resi in una forma quanto più letterale possibile, seppure inelegante. Dunque:
                        «Felicità di colui che è sollevato dalla colpa, che è coperto quanto al peccato.
                        Felicità dell’uomo: non imputerà YHWH a lui il male commesso,».

            Le difficoltà precedentemente segnalate, e le altre che potrebbero insorgere ad una più approfondita e dettagliata analisi(5), si concentrano poi tutte essenzialmente su cosa esattamente significhi «kesû́y ḥăṭā’ā́h», cosicché, per confronto con gli altri due ‘quasi’ sinonimi, si possa avere, da una parte, un’idea precisa dell’oggetto di cui si parla, e, dall’altra, del valore dare alla ‘copertura’ quanto a quell’oggetto stesso.

            Il significato originario di «ḥăṭā’ā́h» e di ἁμαρτία è quello di ‘sbagliare il bersaglio’; l’italiano ‘peccare’ conserva anche il significato di ‘sbagliare’, ma, principalmente, significa “Far cose contro la legge naturale, civile o religiosa(6)”: se si ammette che le leggi di qualsiasi natura siano finalizzate, la connessione tra i due termini di cui sopra e il concetto di ‘peccato’ è abbastanza solida.

            Il coprire, la coperta, – di cui, per esempio, nei precedentemente citati passi del libro dei Numeri (Nm 4,6.14) -, non modificano evidentemente la natura della cosa sottostante, che si tratti dell’arca o degli arredi sacri e degli accessori dell’altare: di qui l’interpretazione luterana, secondo cui l’uomo, nato nel peccato, è e resta, sempre e comunque, peccatore: è salvato solo in virtù della fede, in base alla quale Dio copre il peccatore e lo riguarda come fosse un giusto. In questo modo la giustificazione è una sorta di finzione giuridica, con la quale si esalta l’assoluta e insindacabile libertà dell’operazione divina ad extra, ma non sembra essere in sintonia con la verità assoluta di Dio. Inoltre, anche se contaminata dal peccato, non si può semplicemente identificare la natura umana con una sua pure gravissima tara, quale è il peccato originale, da cui deriva la peccabilità attuale.

            Dopo tutta questa chiacchierata, non priva di apparenti divagazioni e certamente un po’ pesante nell’analisi filologica, si ritorna a dire che la lettura di un passo, con quanto da quella consegue, dipende da tante cose: qualche cenno, dal marchesino Eufemio a ora, abbiamo provato a darlo; però, prima di tutto, bisogna guardare che paio di occhiali  si hanno sul naso. I nostri vorrebbero essere quelli della prima Lettera di Giovanni: «Noi abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi. Dio è amore» (1Gv 4,16): la fede nell’amore di Dio, che è perfino capace di stravedere, come nella profezia di Osea(7), dove la peregrinazione nel deserto si trasfigura in una pronta risposta di chi si sente sedotto; capace di eccesso («propter nimiam caritatem suam, qua dilexit nos(8)»);… però quell’amore inventa anche concretamente il modo per trasformare dall’interno l’uomo: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito» (Gv 3,16). (continua)

Note

(*) Traduzione latina (Vulgata Clementina e Nova Vulgata) dal profeta Abacuc (in ebraico Ḥăvaqqûq) (cfr. Ab 2,4b).
            Traslitterazione dall’ebraico:            weṣaddîq be’ĕmûnāthô yiḥeyèh.
            Bibbia Interconfessionale:                 ma il giusto vivrà per la sua fedeltà. (Letterale)
            Testo dei LXX:                                  ὁ δὲ δίκαιος ἐκ πίστεώς μου ζήσεται
                                                                       (Sostituisce “per mia fede” a “nella sua fedeltà”)
            Il passo profetico, sulla base del testo dei LXX, viene citato due volte nelle lettere paoline (con l’omissione del possessivo enclitico μου), e una volta nella lettera agli Ebrei (dove il medesimo possessivo è riferito a “giusto” anziché a “fede”):
                                   Ὁ δὲ δίκαιος ἐκ πίστεως ζήσεται (Rm 1,17; Gal 3,11);
                                   ὁ δὲ δίκαιός μου ἐκ πίστεως ζήσεται (Eb 10,38).

(1) KTWBYM – AGIOGRAFI, Menachem Emanuele Artom, Marietti, 5727-1967, pag. 25.
(2) La Sacra Bibbia, annotata da G. Ricciotti, Salmi, traduzione di Giuseppe Bonaccorsi, pag. 692.
(3) (NVB) Nuovissima Versione della Bibbia, Edizioni Paoline, Vol. 18* (SALMI, versione, introduzione e note di Angelo Lancellotti), pag. 240s.
(4) AA. VV., I Canti di Sion, Ad. R. M. Quartiere, Messina 1986.
(5) Riportiamo, ad esempio e senza commentarlo, lo specchietto delle due traduzioni CEI e di quella Interconfessionale, relativo allo stesso argomento e a proposito del salmo Miserere:

                          CEI 1974                           CEI 2008                Interconfessionale

phešā‘ā́y          il mio peccato                  la mia iniquità            la mia ribellione
phešā‘áy          la mia colpa                      le mie iniquità            sono colpevole
phōše‘î́m         erranti                                ribelli                          peccatori

ḥāṭā́’thî           ho peccato                          ho peccato                  ho peccato
beḥḗṭe’            nel peccato                         nel peccato                 peccatore
|ḥăṭā’ā́y      dai miei peccati               dai miei peccati          dai miei peccati
mḗḥaṭṭā’thî́    dal mio peccato                 dal mio peccato          dal mio peccato
ḥaṭṭā’thî́         il mio peccato                     il mio peccato             il mio peccato
ḥaṭṭā’î́m         peccatori                              peccatori                     malvagi

|‘ăwōnî́     da tutte le mie colpe        dalla mia colpa         da ogni mia colpa
be‘āwṓn          nella colpa                         nella colpa                 nella colpa
‘ăwṓnōtháy    le mie colpe                       le mie colpe               ogni mia colpa

(6) Policarpo Petrocchi, Novo dizionario della lingua italiana, Trèves, 1930.
(7) cfr. Os 4,16-22.
(8) cfr. Ef 2,4

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