Piero Benci detto il Pollaiolo, La Fede, 1470

Ἔστιν δὲ πίστις ἐλπιζομένων ὑπόστασις, πραγμάτων ἔλεγχος οὐ βλεπομένων·(1)
                                              “fede è sustanza di cose sperate
                                                  e argomento de le non parventi,(2)

            Fede, opere, Legge; opere della Legge, fede manifestata attraverso le opere. E le parole, il loro senso, l’interpretazione da darne e la loro traduzione: potrebbe questa non essere nulla di più di una lunga chiacchierata o, più verosimilmente, di un soliloquio cerebrale di un ottuagenario, ma chissà?

            A volte succede che siamo portati a dare credito illimitato e inoppugnabile a quanto detto da Tizio, perché a Tizio, a torto o a ragione, si è data – non sempre dietro relativo esame superato – la patente di informato e veridico testimone di certi fatti nonché di fedele espositore dell’unica possibile dottrina da essi derivante. La realtà, però, è più articolata e complessa: non induce necessariamente a conclusioni scettiche o agnostiche o quel che siano, (anche perché assai spesso, quanto a quelle, si tratta piuttosto di posizioni preconcette che non di logiche conclusioni); e, tuttavia, aperta come è su vasti orizzonti che non riusciamo mai completamente a vedere e simultaneamente a conoscere, la realtà si pone essa stessa come problema: oggettiva o soggettiva; esistente in sé e indipendente da chi la osserva; mera rappresentazione, mutevole, casuale, finalizzata,…

            Succede anche a volte che Caio, – ma potrebbe essere anche lo stesso Tizio di prima -, faccia una sua esposizione infarcendola di cadenzate domande, che si susseguono, solo perché alla prima non si è data (o non si è saputa dare o, addirittura, perché non c’è proprio verso di poter dare) una risposta chiara, univoca e convincente. Così la prima parziale risposta ha eliminato, mettiamo, un ostacolo, che però non era l’unico e, magari, ne ha creato intanto un altro. Procedendo di questo passo si conclude poco e forse nulla, mentre si provocano nel paziente lettore (delle opere di quel Tizio e di quel Caio, s’intende!) due contrapposte reazioni: la prima, immediata e diffusa, è quella di chi volta pagina, chiude il libro e lì sopra non ci tornerà più; la seconda è quella culturalmente impegnata di chi scriverà, e scriverà ancora, abbozzando al più qualche ipotesi interpretativa, lasciando prevedibilmente spazio ad altri futuri competenti e inconciliabili commentatori.

            Scrivendo queste cose, (come quando ne abbiamo precedentemente scritte altre e come s’è detto all’inizio), ancora una volta uno onestamente si domanda: ma cosa le scrivi a fare? Sempre che fosse stato ben posto il problema e ben delineati fossero i contorni, – cosa tutta da dimostrare -, che sugo sene ricava? Sene sa quant’e prima. Non c’è dubbio. Ma la nostra non brevissima esperienza di vita e quel po’ di ammaestramento che abbiam la confidenza di averne ricavato, ci hanno portato a maturare la convinzione che il problema dei problemi, – quando per incolpevole ignoranza e quando per studiata demagogica sopraffazione -, è proprio la abborracciata enunciazione fuori contesto del problema.

            I salari modesti o, piuttosto, le “quindicine”, come ancora si diceva fino a tutti gli anni ’50 del secolo scorso, comportavano un tenore di vita quasi al limite del soddisfacimento delle più essenziali necessità. La frutta: non ci si pensava neanche; l’ortolano serviva per pigliare le cipolle, gli odori per il brodo o per fare il battuto e il soffritto per un sugo “scappato”, le patate e poco più. Saltando dalla cucina al vestiario: un cappotto vecchio si rigirava; le costure e gli orli dei pantaloncini e delle sottanine erano fatti a crescenza, mentre il fondo cominciava a ridere;… Ma quello che colpiva di più era la mancanza di quel qualcosa, anche meno essenziale, che però era la voglia, nemmeno tanto segreta o dissimulata, di qualcuno in famiglia. Potergliela fare avere quella cosa desiderata, almeno ogni tanto,… voleva dire conoscere fino nelle piccolezze una persona, volergli bene, sapere come farla contenta: ci volevano cuore e attenzione, e anche la disponibilità a fare a meno per sé di qualcos’altro, perché tutto non ci poteva entrare. Lo vogliamo chiamare amore? Si può andare oltre un particolare momento di un certo tipo di diffuso disagio economico e allargarsi oltre l’ambito strettamente familiare, (dove potrebbe sembrare scontata questa mutualità di affetti, che sono invece sempre un fiducioso e coraggioso impegno personale e mutuo sacrificio)? Se si può, – e noi lo crediamo per esperienza e per convinzione -, allora saremo in grado di guardare a quel molto e, a volte, anche troppo, che fa dolorosamente eccezione, perché allora sapremo dire a noi stessi e insegnare ai nostri figli che l’eccezione è quello che è: è l’eccezione, magari una tragica e anche sconvolgente eccezione, ma non la regola; perché la regola, – forse un po’ ansiosa, però costante, sincera e anche appagante -, Filippo mio (se Filippo si chiamasse un mio ipotetico figlio),… la regola è il mio amore e quello della tua mamma per te.

            Quanto possa essere attinente quanto ora scritto con quel che segue, ognuno la pensi come meglio crede. E andiamo avanti, convinti che l’apertura del cuore, appassionata e inclusiva, sia l’ambito in cui collocare ogni problema, il quale se non trova adeguata soluzione, andrà riformulato ampliando ulteriormente la comprensione del cuore.

            C’è un versetto di un salmo che ha fatto molto discutere: non saprei dire se più o meno di altri passi biblici e, certamente, non da solo; però è in grado di riassumere correttamente la base teologica delle diverse interpretazioni che hanno determinato la divisione dottrinale tra cattolici e protestanti. Si tratta dell’inizio del Salmo 32 (31 secondo la LXX):

                        «’ašerế ne|śûy‾pešá‘, kesû́y ḥăṭā’ā́h».

            Solo cinque parole, che è bene analizzare un po’ prima di formularne una possibile traduzione, che dipenderà dalla loro interpretazione semantica, ma anche, e non poco, dalle convinzioni che si hanno sull’azione di Dio, il cui Nome (YHWH) è scritto nel successivo versetto, che però è evidentemente il soggetto che agisce fin dall’inizio del Salmo.

            «’ašerế» è il plurale maschile di un singolare non usato nella Bibbia, che significa “beatitudine, felicità”; è in stato “costrutto”, cioè seguito dalla specificazione di chi è beneficiario della beatitudine. Viene reso in greco come “μακάριος”, in latino con “beatus”, cui corrispondono in italiano “beato colui (il quale, di cui, a cui)”.

            «ne|śûy» è il participio passivo singolare maschile da «nāśā́’» che significa “sollevare” in senso generale; è, anch’esso, in stato “costrutto”, cioè legato alla parola seguente, ed è trattato come fosse un verbo di terza “he”, anziché di terza “aleph”: in questa forma si trova solo in questo caso (hapax legomenon). Passando subito a «kesû́y», notiamo che si tratta della forma verbale corrispondente alla precedente, dalla radice «ksh»; significa “coprire” e, anche questa voce, ricorre unicamente qui. Il nome, di identica grafia e che vale “velo, coperta”, si trova solo due volte nel libro dei Numeri (Nm 4,6.14).

            I due termini restanti «pešá‘» e «ḥăṭā’ā́h» (con un terzo «‘ăwṓn», che prendiamo dal versetto successivo) sono quasi, ma non proprio, sinonimi tra di loro e, comunque, non sono facilmente distinguibili. Da qui riprenderemo il discorso la prossima settimana. (continua)

Note
(1) Eb 11,1
(2) Dante Alighieri, La Divina Commedia, Paradiso, Canto XXIV, 64-65
            La Nova Vulgata traduce il testo critico greco letteralmente (quanto è possibile: in latino il participio passivo esiste solo al passato):
                        “Est autem fides sperandorum substantia, rerum argumentum non apparentium”.
Dante si riferiva alla precedente Vulgata, che scriveva:
                        “Est autem fides sperandarum substantia rerum, argumentum non apparentium.”,
e così associa “cose” con “sperate”, anziché con “non parventi”. Tutto dipende da una virgola posta prima o dopo la parola “πραγμάτων” e, rispettivamente, “rerum”.

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