ESILIO DI DANTE: BONIFACIO VIII [immagine: ARNOLFO DI CAMBIO e aiuti]

“Dichiariamo, affermiamo e stabiliamo che la sottomissione al romano pontefice è di necessità assoluta per la salvezza di ogni umana creatura(1)”.

            Renzo si fermò un momentino sulla riva a contemplar la riva opposta, quella terra che poco prima scottava tanto sotto i suoi piedi. «Ah! ne son proprio fuori! – fu il suo primo pensiero. – Sta’ lì, maledetto paese», fu il secondo, l’addio alla patria. Ma il terzo corse a chi lasciava in quel paese. Allora incrociò le braccia sul petto, mise un sospiro, abbassò gli occhi sull’acqua che gli scorreva a’ piedi, e pensò «è passata sotto il ponte!». Così, all’uso del suo paese, chiamava, per antonomasia, quello di Lecco. «Ah mondo birbone! Basta; quel che Dio vuole(2)».

            Anche se non avessimo messo gli estremi della citazione nelle note, almeno di che si tratta, si capisce al volo. Chi sa cosa voglia dire amare un posto, perché ci si è nati e cresciuti, perché gli affetti più cari son tutti lì, perché “per ogni uccello il suo nido è bello”; poi ti trovi ad avere a che fare con un don Rodrigo e, per la sua parte, anche con un don Abbondio, che ti fanno andar tutto di traverso e ti costringono a scappare: ecco, chi le sa per esperienza queste cose, legge quelle parole, mette anche lui un sospiro e, magari, fa conto d’avere un bruscolo nell’occhio per avere una scusa a tirar fuori di tasca il fazzoletto. Chi poi pesasse col bilancino le singole parole, magari avulse dal loro contesto, ha tutto il diritto, se vuole, di arricciare il naso (Sta’ lì, maledetto paese); però anche chi lo vedesse storcere la bocca ha tutto il diritto di scuotere il capo per commiserazione.

            Lasciamo questo esule, approdato in terra di san Marco la mattina presto di lunedì 13 novembre 1628 e torniamo a Dante.

            Per darsi un certo tono, quando si vogliono fare particolari affermazioni, che devono sembrare distillate da lunghe e assidue meditazioni, si suol cominciare con un “Io ho sempre pensato che…”. Con la solita sperimentata modestia che ci distingue, noi diciamo invece che c’è frullata in mente solo pochi giorni fa un’idea peregrina, e cioè che il ricorso a figure mitologiche da parte del Poeta sia un po’ un espediente, non tanto per far sfoggio di cultura, quanto per mascherare, – se ci si lascia passare il termine -, la propria commozione: inizialmente, distogliendo in qualche modo il lettore da un immediato coinvolgimento emotivo (levato il compianto di qualche personaggio altrettanto mitico e il patos intenzionalmente suscitato dall’arte di Euripide, ci sarà mai stato qualcuno che sia sciolto in lacrime spontanee e vere al pensiero di Ippolito?), per rovesciargli poi addosso, sia pure con garbo dignitoso, la piena straripante di un cuore stritolato dal dolore più fiero e profondo.

            Fra quelli storici e quelli presi dalla fantasia, sono diversi i personaggi di cui, senza nessuna pretesa di completezza di descrizione e anche senza vantare nessuna specifica competenza in materia, qualcosa si è detto.

            Da un po’ a questa parte, e tuttora in queste presenti righe, è di Dante che si parla e non sarà stato, ovviamente, esauriente l’aver riportato e anche commentato di passaggio la sua Epistula XII, come anche, qua e là, alcune sue terzine; tuttavia non pensiamo che sia un difetto strutturale di queste chiacchierate, perché sono quello che sono e uno, ragionevolmente, – ammesso che sia ragionevole leggerle -, non verrà certo qui a cercare materiale per studiare vita e opere del Poeta.

            E di Bonifacio VIII cosa dire? Metterlo sullo stesso piano di Dante, – chiaramente, non come genio dell’arte -, e addirittura anche un po’ sopra, per la portata politica della sua azione di governo e per le serie conseguenze che ne sono derivate, e non solo come strascichi,… è, allo stesso tempo, fatto bene e male. Certamente, questa è una scappatoia; ma anche andare a diritto, – ora che Cacciaguida, senza neppure (sdegnosamente?) nominarlo, lo fa passare all’incasso -, e fare sfacciatamente conto di nulla, non poteva stare.

            Tanto per dire almeno qualcosa, secondo Dante all’Inferno c’è già il posto pronto per questo papa(3):
                        Ed el gridò: «Se’ tu già costì ritto,                            53
                           se’ tu già costì ritto, Bonifazio?
                           Di parecchi anni mi mentì lo scritto.

            Chi grida è un altro papa, Nicolò III, Giovanni Gaetano Orsini, accusato di simonia e nepotismo, sprofondato a capo all’in giù in una buca, da cui escono le gambe dal polpaccio fino ai piedi infuocati. Quando arriverà un altro papa simoniaco, la sua situazione peggiorerà e dovrà essere spinto più in basso, cedendo la sua attuale posizione sgambettante al nuovo arrivato: a “Bonifazio”, appunto, aspettato, ma non così presto (nella cronologia del “fatale andare” di Dante questo incontro avviene alle cinque circa del mattino del sabato santo del 1300, mentre Bonifacio morirà nel 1303). L’equivoco (subito chiarito: la nuova presenza percepita dal dannato è quella di un inconsueto visitatore in carne ed ossa), deriva dal fatto che la prescienza degli “spiriti mali” è ipermetrope: ciò che accadrà in un futuro abbastanza lontano è visto in modo sufficientemente chiaro; l’evento diventa poi sempre più sfuocato, man mano che si avvicina.

            Guido da Montefeltro(4), grande e astuto condottiero ghibellino, da cui la gente scappava dicendo: «Ecco la volpe!», in vecchiaia si pentì e si fece frate minore. Papa Bonifacio,
                        Lo principe d’i novi Farisei,                                      85
                           avendo guerra presso a Laterano,
                           e non con Saracin né con Giudei,

ricorse a lui e lo convinse, (garantendogli: «finor t’assolvo»), a fornirgli un “consiglio frodolente” per spuntarla contro i Colonnesi e ottenere la resa di Palestrina. Il consiglio arrivò: «lunga promessa con l’attender corto», ossia: promettere molto e mantenere poco. Appena Guido fu morto, S. Francesco scese per accogliere la sua anima, ma un diavolo (“un de’ neri cherubini”) si oppose, per l’invalidità dell’assoluzione impartita prima che fosse commesso il peccato, venendo a mancare l’elemento essenziale, cioè il pentimento: non è possibile contemporaneamente e volere il peccato e esserne pentiti, «per la contradizion che nol consente». Così un diavolo “loico” si piglia l’anima di Guido, ma dall’invalidità del sacramento impartito vien fuori veramente un bel ritratto dell’assolutore…. (continua)

Note
(1) Bolla Unam sanctam, 18 nov. 1302.
            La teoria delle due spade (cfr. Lc 22,38: «Ed essi dissero: “Signore, ecco qui due spade”. Ma egli disse: “Basta!”», e Mt 26,52: «Allora Gesù gli disse: “Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno”».) e la plenitudo potestatis papale.
(2) Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, XVII, 24
(3) Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, XIX, 53-55
(4)                                                           o. c., Inferno, XXVII, 58-121

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