ESILIO DI DANTE: EURIPIDE E OVIDIO

Miti. Pierre-Narcisse Guérin, Fedra e Ippolito, 1808

                                                           […]: «Nessun maggior dolore
                                                              che ricordarsi del tempo felice
                                                              ne la miseria; […]».

            Più o meno, il precedente riassunto molto veloce ha richiamato quanto Euripide aveva messo in scena nella sua tragedia Ippolito coronato, rappresentata ad Atene nel 428 prima dell’era volgare. Va però tenuto presente che l’autore non si è limitato al racconto di alcune tragedie personali per comporre una tragica sintesi globale, ma si è calato dentro i suoi personaggi: analizzando con sentimento la forza indomabile della passione; le esigenze inderogabili della correttezza e dell’onorabilità; l’atteggiamento superficiale e impulsivo di chi vince troppo spesso e vuol vincere sempre; il disagio di chi si sente bastardo e deve tentare di sollevarsi, di proporsi se non proprio di imporsi, con uno stile di vita piuttosto inconsueto; e così via dicendo.

            La suggestione della vicenda in sé e la genialità di Euripide hanno dato luogo, e a lungo, a tutta una serie di rivisitazioni, oltre che di aggiunte al mito originario. Per arrivare a concludere questa divagazione, – che avrebbe a essere l’ultima -, ricordiamo che di Ippolito poetarono in particolare Virgilio e Ovidio, immaginando per lui una specie di seconda vita, con il nuovo nome di Virbio, e comunque sempre lontano da Atene.

            Dante accenna al mito, – che a noi è parso opportuno illustrare un po’, per ricordare di chi e di che cosa si sta parlando -, solo con la terzina del XVII del Paradiso, già riportata e che di seguito riproponiamo:

                        Qual si partio Ipolito d’Atene                                   46
                           per la spietata e perfida noverca,
                           tal di Fiorenza partir ti convene.

            In tal modo il Poeta fa perno sull’ingiustizia e sulla calunnia abbattutesi sul ragazzo ad arte della matrigna e le sintetizza con quelle tre parole: spietata, perfida noverca. L’ispirazione viene da un verso di Ovidio, e si esprime mediante una traduzione poetica e una stretta corrispondenza letterale al contempo(1).

            Questo secondo sobrio riferimento dantesco alle credenze del mondo antico differisce dal primo, ossia da quello relativo a Fetonte, non solo, come accennavamo, perché viene esplicitamente fatto il nome proprio del personaggio preso come paragone, – il che porta con sé un possibile vago accento affettivo nei confronti dello sventurato ragazzo -, ma principalmente perché al posto della nominata e rassicurante madre (Climene) c’è l’oscura matrigna, – il cui nome (Fedra) resta nell’ombra -, còlta nella sua spietata perfidia, senza nessuna fatale attenuante, quale poteva riservarle la poetica di Euripide(2).

            E se Dante è un po’ Ipparco; se Firenze sta al posto di Atene; se al posto della noverca c’è, – subito dopo, però non nella terzina d’apertura -, insieme a tanti altri, Bonifacio VIII, tirato in ballo senza nominarlo;… se andasse a finire che nella terzina in questione Firenze stesse un po’ (o soprattutto?) anche lei al posto della spietata e perfida noverca?                                                     (continua)

Note

(1) P. Ovidii Nasonis, Metamorphoseon libri XV, xv, 498
                        ˉ ˘ ˘ | ˉ ˘ ˘ | ˉ ||, sceleratæ fraude novercæ,
                                                     (b)           (c)             (a)
(a) “noverca” (matrigna) viene riportato direttamente nella sua forma latina;
(b) l’aggettivo “scelerata”, detto della matrigna, è il contrario di “pietosa”, quindi “spietata”;
(c) il nome “fraus, fraudis” significa “perfidia”; le diverse costruzioni delle due lingue comportano di sostituire il nome “perfidia” con l’aggettivo “perfida” corrispondente.
(2) In Euripide l’amore di Fedra per Ippolito è un amore folle, a cui ella può sottrarsi solo con la morte.
            Disperata, ella afferma:
                        ᾽Eπεί μ᾽ ἔρως ἔτρωσεν, ἐσκόπουν ὅπως
                           κάλλιστ᾽ ἐνέγκαιμ᾽ αὐτόν,
                           […] σιγᾶν τήνδε καὶ κρύπτειν νόσον.
                                                                                                           (vv. 392-393.395)
                        (Da quando amore mi ferì, io cercavo come
                           nel modo più nobile l’avrei sopportato,
                           […] tacere e nascondere questo morbo.)
            Quando parla dell’amore con la nutrice dirà che per lei è solo dolore:
                        Ἡμεῖς ἂν εἶμεν θατέρῳ κεχρημένοι.
                                                                                                           (v. 349)
                        (Noi possiamo essere destinatari (soltanto) dell’altro [il dolore].)
            Alle donne di Trezene rivela che il proposito di suicidarsi è ormai chiaro nella sua mente:
                        Ἡμᾶς γὰρ αὐτὸ τοῦτ᾽ ἀποκτείνει, φίλαι,
                           ὡς μήποτ᾽ ἄνδρα τὸν ἐμὸν αἰσχύνασ᾽ ἁλῶ,
                                                           μὴ παῖδας οὓς ἔτικτον
                                                                                                          (vv. 419-420)
                        (Infatti proprio questo ci uccide, amiche:
                           che io non sia scoperta a disonorare mio marito,
                                                           né i figli che generavo)
            Pensando di riscattarsi, nella sua incontenibile passione, profondamente ferita da quella che considera una mancata compassione del figliastro per il suo ardente tormento, si aggrapperà all’odio e alla menzogna, accusando Ippolito di stupro, invertendo le parti e inventando la realizzazione del suo incestuoso sogno.
(Euripide, Ἰππόλυτος στεφανοφόρος)

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