Johann Carl Loth, Il buon Samaritano,1676

“Misericordia io voglio….” (Os 6,6; Mt 9,13;12,7)

            «Francesco. oriundo della città di Assisi che si trova nel territorio di Spoleto, nacque durante un’assenza del padre, e la madre in un primo momento gli mise nome Giovanni; ma dopo il ritorno del padre dalla Francia, fu chiamato con il nome di Francesco.

            Giunto all’età adulta e dotato di ingegno acuto, egli prese a esercitare la professione paterna, cioè il commercio, ma con stile completamente diverso. Francesco era tanto più allegro e generoso, dedito ai giochi e ai canti, girovagava per la città di Assisi giorno e notte con amici del suo stampo, tanto generoso nello spendere da dissipare in pranzi e altre cose tutto quello che poteva avere o guadagnare.

            Mentre un giorno stava nel suo negozio, tutto intento alla vendita delle stoffe, venne da lui un povero a chiedergli l’elemosina per amore di Dio. Essendo tutto preso dalla cupidigia del guadagno e dalla preoccupazione dell’affare, egli ricusò l’elemosina al mendicante. Subito, come folgorato dalla grazia divina, rinfacciò a se stesso quella grande villania, dicendo: “Se quel povero ti avesse domandato qualche cosa per un grande conte o barone, certamente gli avresti dato quanto chiedeva. A maggior ragione dunque avresti dovuto farlo per il Re dei re e al Signore di tutti”.

Per questo motivo, da quel momento propose in cuor suo di non rifiutare mai più quanto gli venisse domandato in nome di un Signore così grande».

            A questo proposito, di essere, cioè, generoso con i poveri, si accompagnava un vagheggiato sogno giovanile: diventare cavaliere. (Si potrebbe scorgervi una certa somiglianza con il Lodovico, diventato poi fra’ Cristoforo: anche lui figlio di un mercante – scontento di esserlo stato, mentre Pietro di Bernardone andava fiero dei suoi guadagni –; smanioso anche lui di nobiltà, senza però inutile ricerca di conquistarla, ma solo come desiderio di inserimento nel mondo degli aristocratici).

            Sempre nella stessa biografia si legge:

            «Passati pochi anni, un nobile della città di Assisi, desideroso di acquistare soldi e di gloria, fa i preparativi militari per andare in Puglia. Venuto a sapere la cosa, Francesco è preso dal desiderio di andare con lui. Così, per essere creato cavaliere da un certo conte Gentile, prepara delle vesti il più possibile preziose; poiché, se era meno ricco di quel suo concittadino, era però più largo di lui nello spendere».

            Una malattia colse Francesco una volta giunto a Spoleto; tornò indietro e iniziò, con qualche incertezza e distrazione, un periodo di laboriosa ricerca. Continuando a sfogliare la citata biografia, leggiamo:

            «Avvenne in quel torno di tempo che Francesco si recasse a Roma in pellegrinaggio. Entrato nella chiesa di San Pietro, notò quanto fossero esigue le offerte di alcuni e disse fra sé: “Se il principe degli Apostoli deve essere onorato con splendidezza, perché costoro lasciano offerte così striminzite nella basilica, dove riposa il suo corpo?”. E in uno scatto di fervore mise mano alla borsa, la estrasse piena di monete che, gettate oltre la grata dell’altare, fecero un tintinnio così vivace da rendere attoniti tutti gli astanti per quella offerta così magnifica.

            Uscito poi davanti alle porte della basilica, dove stavano molti poveri a chiedere l’elemosina, prese a prestito di nascosto i vestiti di un poverello, che indossò dopo aver deposto i suoi. E stando sulla gradinata della chiesa in mezzo agli altri mendichi, chiedeva l’elemosina in lingua francese. Infatti parlava volentieri questa lingua, sebbene non fosse in grado di usarla correttamente».

            A questo punto, si è verificata in Francesco una prima trasformazione del modo di concepire il servizio: non solo dare a chi non ha, ma mettersi letteralmente nei panni dei bisognosi. Un’esperienza che maturerà in breve tempo, fino a diventare il motivo stesso della sua conversione. Vicino al suo incontro con sora nostra Morte corporale, nel suo Testamento affermerà che il mettersi in mezzo agli ultimi e ai reietti, come uno di loro, gli ha permesso di offrire quel servizio che ti ritorna come un dono sovrano:

            «1Dominus ita dedit mihi fratri Francisco incipere faciendi poenitentiam: quia, cum essem in peccatis, nimis mihi videbatur amarum videre leprosos. 2Et ipse Dominus conduxit me inter illos et feci misericordiam cum illis. 3Et recedente me ab ipsis, id quod videbatur mihi amarum, conversum fuit mihi in dulcedinem animi et corporis; et postea parum steti et exivi de saeculo».

            Soffermiamoci un po’ su queste parole.

            La volontà di fare penitenza e come iniziare a farla sono doni del Signore, come, nella “Bella preghiera” è il Signore a poter trasformare la persona in uno strumento di pace. Ricordiamo che, nella Bibbia, Dio è il datore della pace, da lui posseduta con pienezza assoluta, quasi la pace si identificasse con Lui, come si può desumere specialmente dalla benedizione del libro dei Numeri (6,24-26):

                        Ti benedica il Signore e ti custodisca.
                        Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia.
                        Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace.

            È sempre il Signore che al buon proposito ispirato aggiunge la grazia di realizzarlo.
            La narrazione, assai contenuta e sobria, si avvale di parole immediatamente evocatrici: «conduxit» è, nello stesso tempo, un prendere per mano e un trattenerla quasi con forza nelle proprie per impedire una fuga impaurita; «feci misericordiam» esprime la pienezza emotiva del cuore che fa un tutt’uno con il fattivo rimboccarsi le maniche; poi viene raggiunta la vetta del servire nel vivere l’emozione del paradosso: non c’era uno stato di cose che si potesse dire «amarum», ma c’era un punto di vista sbagliato, una valutazione soggettiva preconcetta («videbatur»), a cui subentra  un cambiamento sostanziale di percezione e di valutazione, espresso da «conversum», premessa questa di una più completa e definitiva conversione, intesa come impostazione di vita basata sul paradosso: uscire dal secolo per entrare in una dimensione sovratemporale, dare per avere, morire per vivere.

            Nel suo Testamento Francesco di Assisi, si può veramente dire, ha espresso bene come fare bene il bene, ossia cosa sia il servizio e come debba essere offerto.

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