Ritmo e cadenze, palpiti e respiro.
                        Era già l’ora che volge il disio
                           ai navicanti e ‘ntenerisce il core
                           lo dì c’han detto ai dolci amici addio;
                        e che lo novo peregrin d’amore
                           punge, se ode squilla di lontano
                           che paia il giorno pianger che si more; (1)

            In mare aperto e con un cielo sgombro di nubi il giorno è ancora più giorno; la luce annulla i colori e lascia spazio solo ad un avvolgente celeste rosato, e ad un blu piatto a perdita d’occhio. La notte si vede una falce di luna ed è punteggiata di stelle, fatte apposta per essere guardate per il sollievo dell’animo e scrutate per controllare la rotta; d’intorno una vastità scura. C’è un momento di trapasso, quando si è portato a termine l’impegno diurno e si è preparato il corso della notte: le reti per la pesca, una branda per un po’ di riposo, il diario di bordo aperto su un tavolo,… e pare che la natura faccia anche lei una breve pausa, con un intervallo arancione sempre meno intenso; i primi opposti luccichii; le ombre che si allungano, presto assorbite nel buio. Anche quando si è salpati: un ultimo saluto e poi via; la terra che si allontana; i contorni che si perdono; i volti che scompaiono alla vista, restando impressi nel cuore. Ogni tramonto, quella magia di ricordi, di malinconia, di desiderio tanto più vivo quanto più si è vicini al ritorno, si rinnova e ognuno è solo con se stesso: anche se uno prova a sussurrare qualcosa con voce sommessa, il compagno, appoggiato accanto alla sponda, sente il primo accenno di un suono che sfuma ai suoi orecchi, per riabbandonarsi e perdersi nel mistero della sua solitudine.

            Chi inizia ora il suo cammino, a piedi, – sperando forse in qualche mezzo di fortuna, seppure poi sarà il caso di approfittarne -, e intanto va, lentamente, in cerca di qualcuno o di qualcosa; per adempiere un voto; o cammina in fretta e spedito per un’urgenza impellente; o avanza circospetto in fuga per il timore di gravi insidie;… e arriva il primo crepuscolo, col sole calante in faccia, che, anche a voltarsi indietro, lascia ormai intravedere indistintamente assai poco;… a un tratto, nel silenzio che scende, l’orecchio è come ferito da un suono lontano di una campana che annuncia la sera imminente. Non è il suono grave del campanile d’una cattedrale, è più acuto, è quello di una chiesa di paese, davanti alla quale, magari, si è passati non molto prima, facendo un inchino abituale; in altri momenti parrebbe un suono festoso e squillante, un ringraziamento a Dio per il dono di un altro giorno di vita; ma per chi va, comunque accompagnato dall’incertezza e sotto il malinconico peso degli affetti lasciati, quel ritmo appare più lento, un pianto: i tocchi a distesa, a coppia gli uni dietro gli altri, come quando, strizzando gli occhi, a una lacrima ne viene dietro una più grossa e ce ne sono in serbo tante altre ancora.

            Eppure non si va, se non c’è una qualche speranza: piccola che sia; che neppure si sarebbe immaginata in altri tempi; che vuol dire abbandonare con sofferenza altre speranze, diventate sogno irrealizzabile, insieme ad altre certezze, divenute insufficienti. Può allora subentrare nell’animo, con un lungo sospiro e lo sguardo che si fa più attento, una quiete insperata: avvertirla è grazia, comunicarla è poesia, viverla è fede.                                                                                                 (fine)

NOTE
(1) DANTE ALIGHIERI, La Divina Commedia, Purgatorio, Canto VIII,1-6

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