Il SOR ULISSE, ODISSEO E ULISSE

…. infin che ’l mar fu sovra noi richiuso….
            In Dante la narrazione delle ultime vicende, – dell’ultima odissea si direbbe, dando a questo termine il valore proverbiale che ha acquisito nel tempo -, fatta dal protagonista con voce non fluida, anzi, sforzata e stentata, inizia da una partenza difficoltosamente conquistata, senza preliminari indugi e quindi priva di ogni vaga nostalgia. In tale situazione la forza dei vincoli e il richiamo degli affetti familiari avrebbero dovuto avere il sopravvento incontrastato: non fu così. Il reo confessa senza attenuazioni la colpa commessa e che non si può più redimere.
            I remi che si alzano e si abbassano ritmicamente, come le ali di un grande uccello, imprimendo al natante un’andatura svelta, come volasse, spingono alla folle esplorazione “del mondo sanza gente”: per pura smania di vedere, dato che il luogo deserto, appunto “sanza gente”, non potrà aggiungere nulla di più per soddisfare
                        “…. l’ardore
                           …. a divenir del mondo esperto,
                           e de li vizi umani e del valore”.

            L’astuto ingannatore ammalia e circuisce il suo uditorio con la sua ultima ineccepibile e nobilitante perorazione:
                        Considerate la vostra semenza:
                           fatti non foste a viver come bruti,
                           ma per seguir virtute e canoscenza.

            L’imbroglio sta nel fatto che la rischiosa impresa potrà ben inquadrarsi nell’ampio dominio del sapere, della “canoscenza” appunto, ma non si può in nessun caso chiamare valore (“virtute”) la sfida aperta e disobbediente contro le regole morali vigenti e conosciute.

            Delusione, dolore e castigo si abbattono sui temerari esploratori già prima che il tempo ceda il passo all’eternità:
                        Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto,…

“vecchi e tardi” quali sono, attendono la catastrofe imminente, che avanza veloce, osservando inerti il rapido inabissamento del “legno”, senza neppur avere tentato un ultimo inutile sforzo per un’improbabile fuga, lasciandosi andare in balia del loro destino. La “montagna, bruna per la distanza,” rimane un lontano miraggio: imponente, inaccessibile e inviolata.
            La vastità del mare, che è tornato piatto dopo il travolgente turbine vendicatore e che ha inghiottito delle vittime, per quanto colpevoli; nella fatale indifferenza caratterizzante l’immutabilità del corso delle cose; in una pace surreale, che è piuttosto il sopore di una sia pur naturale quiete dopo la tempesta, ma che non può chiamarsi tranquillità di quell’ordine, che è stato premeditatamente violato: una malinconia immensa e sbigottita. L’occhio si perde, guarda e non vede.
            Noi conosciamo da po’ di tempo un mare più vicino e più tragico, cimitero di innocenti disperati, enorme serbatoio di ingiustizia patita e di dolore sofferto. Il grido senza voce non si può ovattare né attenuare: attraversa ogni ostacolo e inchioda le coscienze.
(fine)

            Buona lettura. Dal Canto XXVI dell’Inferno:

                        «O voi che siete due dentro ad un foco,                    79
                           s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,
                           s’io meritai di voi assai o poco
                        quando nel mondo li alti versi scrissi,                       82
                           non vi movete; ma l’un di voi dica
                           dove, per lui, perduto a morir gissi».
                        Lo maggior corno de la fiamma antica                     85
                           cominciò a crollarsi mormorando
                           pur come quella cui vento affatica;
                        indi la cima qua e là menando,                                  88
                           come fosse la lingua che parlasse,
                           gittò voce di fuori, e disse: «Quando
                        mi diparti’ da Circe, che sottrasse                             91
                           me più d’un anno là presso a Gaeta,
                           prima che sì Enea la nomasse,
                        né dolcezza di figlio, né la pieta                                94
                           del vecchio padre, né ’l debito amore
                           lo qual dovea Penelopè far lieta,
                        vincer potero dentro a me l’ardore                            97
                           ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto,
                           e de li vizi umani e del valore;
                        ma misi me per l’alto mare aperto                            100
                           sol con un legno e con quella compagna
                           picciola da la qual non fui diserto.
                        L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,                      103
                           fin nel Morrocco, e l’isola de’ Sardi,
                           e l’altre che quel mare intorno bagna.
                        Io e’ compagni eravam vecchi e tardi                       106
                           quando venimmo a quella foce stretta
                           dov’Ercule segnò li suoi riguardi,
                        acciò che l’uom più oltre non si metta:                     109
                           da la man destra mi lasciai Sibilia,
                           da l’altra già m’avea lasciata Setta.
                        “O frati”, dissi “che per cento milia                          112
                           perigli siete giunti a l’occidente,
                           a questa tanto picciola vigilia
                        de’ nostri sensi ch’è del rimanente,                           115
                           non vogliate negar l’esperïenza,
                           di retro al sol, del mondo sanza gente.
                        Considerate la vostra semenza:                                 118
                           fatti non foste a viver come bruti,
                           ma per seguir virtute e canoscenza”.
                        Li miei compagni fec’io sì aguti,                              121
                           con questa orazion picciola, al cammino,
                           che a pena poscia li avrei ritenuti;
                        e volta nostra poppa nel mattino,                              124
                           de’ remi facemmo ali al folle volo,
                           sempre acquistando dal lato mancino.
                        Tutte le stelle già de l’altro polo                               127
                           vedea la notte e ’l nostro tanto basso,
                           che non surgea fuor del marin suolo.
                        Cinque volte racceso e tante casso                            130
                           lo lume era di sotto da la luna,
                           poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo,
                        quando n’apparve una montagna, bruna                   133
                           per la distanza, e parvemi alta tanto
                           quanto veduta non avea alcuna.
                        Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto,               136
                           ché de la nova terra un turbo nacque,
                           e percosse del legno il primo canto.
                        Tre volte il fé girar con tutte l’acque;                       139
                           a la quarta levar la poppa in suso
                           e la prora ire in giù, com’altrui piacque,
                        infin che ’l mar fu sovra noi richiuso».                     142

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