Se il Sole è, come è, fonte di vita, è però la vita e la percezione che si ha della vita a determinare gli occhi con cui guardare al Sole. Sono perciò possibili diversi approcci, a volte dettatati da convinzioni a lungo maturate oppure, altre volte, dal forte impatto emotivo di un particolare momento contingente.
Il libro di Qohèleth, per il quale “tutto è vanità”, verso la fine lancia un monito a ricordarsi del Creatore e apre, pare, un timido spiraglio verso un futuro certo insieme e sconosciuto, che non può chiamarsi esso pure vanità, però intanto non si sa dire precisamente cosa sia e che significhi: quando “7bil soffio vitale torni a Dio che lo ha dato” (Qo 12), tutto sarà riassorbito nel Datore e assolutamente spersonalizzato, oppure….
In ogni caso per questo Saggio del Vecchio Testamento il Sole è un muto testimone di lacrime, di oppressione e di violenza, lui sempre imperturbabile, mentre il male dilaga e si ripropone incessantemente, come un tremendo e immutabile destino:
“1Tornai poi a considerare tutte le oppressioni che si fanno sotto il sole. Ecco le lacrime degli oppressi e non c’è chi li consoli; dalla parte dei loro oppressori sta la violenza, ma non c’è chi li consoli. 2Allora ho proclamato felici i morti, ormai trapassati, più dei viventi che sono ancora in vita; 3ma più felice degli uni e degli altri chi ancora non esiste, e non ha visto le azioni malvagie che si fanno sotto il sole” (Qo 4).
Il Sole continua ad essere la “lampada grande”, ma se il male è inestirpabile e ritorna insistente e imperversa, almeno per non vederlo sarebbe addirittura meglio che quella lampada fosse spenta.
Nella cornice invalicabile della solitudine il Sole può anche apparire come un arciere che scocca le sue frecce e trafigge inesorabilmente “ognuno”, inchiodando ciascuno e forse proprio “sul cuor della terra”, diventata come un’unica fossa comune: un attimo, “ed è subito sera”.
“Ognuno sta sul cuor della terra,
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera” (S. Quasimodo, Solitudini, 20-22, 1930).
Prevale, mi pare, l’immagine cupa del piombare della Morte, sia pure parzialmente esorcizzata non nominandola, mediante il ricorso alla più sfumata malinconia dell’improvviso calare di una “sera” senza una successiva aurora; e tuttavia l’immagine si presenta anche più forte proprio per la nuda e sorda concisione data dal binomio di sibilanti con vocali scure: “subito sera”.
Vogliamo ora prestare in po’ di attenzione e considerazione ad una composizione del Pascoli. Nella sua Prefazione ai Canti di Castelvecchio, scriveva:
“Ma la vita, senza il pensier della morte, senza, cioè, religione, senza quello che ci distingue dalle bestie, è un delirio, o intermittente o continuo, o stolido o tragico”.
E bisogna pur dire che il pensiero della morte lo assillò veramente. Riportiamo qui di seguito una sua poesia, in cui c’è la morte di un “malatino” e l’apologia della lucerna, che gli ha permesso di vedere nella notte e per l’ultima volta la sua mamma, l’unico volto che non ha paragoni. Il Sole c’entra anche lui, un po’ da arrogante e prepotente dittatore: sarà anche riconosciuto come un “dio”, ma riesce cordialmente e sonoramente antipatico. La riportiamo per intero questa composizione, Il sole e la lucerna, – da intitolare forse meglio La lucerna e il sole, in ragione dello sviluppo del dialogo intercorrente fra i due -, dove la piccolezza dotata di una carica pateticamente affettiva la spunta, senza imporsi, sulla tronfia grandezza piena di sé, che quasi vorrebbe ignorare che ogni giorno prevede l’avvicendarsi di una notte. Si tratta di due stanze, entrambe di dodici versi, in endecasillabi la prima, in settenari la seconda: in ogni modo, si commentano agevolmente da sole, prive come sono di implicite suggestioni. Padrone, ovviamente, chi leggesse quelle strofe e queste note di pensarla come vuole.
I
“In mezzo ad uno scampanare fioco a
sorse e batté su taciturne case b
il sole, e trasse d’ogni vetro il fuoco. a
C’era ad un vetro tuttavia, rossastro c
un lumicino. Ed ecco il sol lo invase, b
lo travolse in un gran folgorìo d’astro. c
E disse, il sole: – Atomo fumido! Io d
guardo, e tu fosti. – A lui l’umile fiamma: e
– Ma questa notte tu non c’eri, o dio; d
e un malatino vide la sua mamma e
alla mia luce, fin che tu sei sorto. f
Oh! grande sei, ma non ti vede: è morto! – f
II
E poi, guizzando appena: a’
– Chiedeva te! che tosse! b’
voleva te! che pena! a’
Tu ricordavi al cuore c’
suo le farfalle rosse b’
su le ginestre in fiore! c’
Io stavo lì da parte… d’
gli rammentavo sere e’
lunghe di veglia e carte d’
piene di righe nere! e’
Stavo velata e trista, f’
per fargli il ben non vista. –” f’
(continua)