La saggezza per essere discepoli (Lc 14,25-33 / domenica XXIII anno C)

Come nella vita, così all’interno della narrazione lucana si alternano lavoro e riposo, cammino e sosta. Dopo il banchetto a casa di un capo dei farisei, ecco che Gesù riprende il cammino, seguito da «numerose folle». Non si tratta, quindi, solo dei discepoli, ma di molti che ancora devono prendere una decisione personale nei confronti di Gesù e della sequela. A tutti Gesù si rivolge, voltandosi verso di loro. Con una sottolineatura fisica, Luca lo pone nella posizione di colui che avanza per primo; gli altri non possono che seguirlo. Più volte nel Vangelo sono indicate le condizioni poste da Gesù per la sua sequela, da una a tre, a seconda dei casi: rigettare la famiglia, portare la croce, perdere la vita (che qui manca).

Il primo invito è chiaro: non basta andare dietro Gesù, occorre anche rompere i legami con il passato. Alla fine, pretendere di amare tutti con la medesima intensità svela un delirio di onnipotenza. Si può discutere sul senso del verbo «odiare» per le lingue semite, accostabile al nostro «preferire». Ma qui non si tratta di un sentimento quanto di un’azione. Occorre accettare che esistono legami incondizionati che si possono vivere solo a detrimento di altri, quanto meno nel momento di decisioni singolari. L’indicazione dell’odio verso se stessi manifesta chiaramente l’interpretazione che occorre dare all’insieme delle rotture. Inoltre, il testo presenta la possibilità dell’essere discepolo di Gesù, non di diventarlo. Perché non si tratta di qualcosa che dipende da noi: essere discepolo vuol dire essere accettato dal maestro. Questo accade sulla scia delle orme di Gesù, in modo simbolico nel passaggio dalle tenebre del venerdì santo alla luce del mattino di Pasqua. L’immagine della croce da portare sulle spalle (il patibulum) era abbastanza comune da non pensare immediatamente a un riferimento cristologico nelle parole di Gesù. Certamente tale appare agli ascoltatori/lettori di Luca. La condivisione dell’esperienza della croce diventa anche esperienza della risurrezione. A quel punto ogni cosa sarà ripresa e ricomposta nell’amore, amando la propria famiglia e se stessi non più in modo chiuso, autocentrato e autoreferenziale, ma in Cristo, nelle relazioni secondo il suo Regno.

Scrive l’esegeta Bovon, sottolineando come per essere discepoli occorre lasciare di venire formati dal maestro: «bisogna accettare di rompere con la propria origine e mettere in conto un futuro controcorrente rispetto al buon senso. Se il passato non determina più l’essere umano e se l’avvenire non è quello che, come al solito, mobilita le sue speranze, sorge allora un inatteso presente» (F. Bovon, Luca 2, Paideia, 575-576).

Occorre, dunque, fermarsi per riflettere con saggezza, prima di prendere una decisione così carica di conseguenze. Perché nei versetti che seguono il brano e non sono riportati dal testo liturgico, Gesù mette davanti all’esempio del sale che, perduto sapore, non serve ad altro che ad essere buttato via, diventato ormai inutile. È il paradigma del discepolo che smarrisce il sapore evangelico della vita. Per non cadere in questa rovina occorre sedersi e riflettere, come fanno l’uomo che intende costruire una torre nella sua vigna e il re chiamato a far fronte ad un altro re in guerra. Questo insegnamento di Gesù avviene nel cammino che sta facendo direttamente verso Gerusalemme: in Lc 9,51 si dice che fece «la faccia di pietra». In previsione della sua passione, Gesù invita alla sapienza del discernimento, non solo dei propri desideri, ma anche di valutare se abbiamo i mezzi per portare a buon fine la decisione di seguire Gesù, ponendoci nella disponibilità totale di lasciarci formare dalla sua parola.

L’altro giorno, papa Francesco ha parlato proprio del discernimento, definendolo una realtà tanto faticosa quanto necessaria. Possiamo, allora, rivolgere alcune domande al nostro cuore:

  1. Qual è quel nostro passato che ci ha determinato per quello che siamo e verso il quale dobbiamo prendere le distanze?
  2. Quali sono le speranze che d’istinto nascono dentro di noi, ci muovono ad agire … ma non ci conducono alla sequela del Signore?
  3. Siamo disposti a rigettarli entrambi, per aprirci alla novità inattesa e indeducibile del Regno nel quale Gesù vuole introdurci?

LA PACE NON AVRÀ FINE SUL TRONO DI DAVIDE

Piero del Pollaiolo, Speranza, 1470, Uffizi, Firenze ἡ δὲ ἐλπὶς οὐ καταισχύνει(*)             Poche parole tratte dal brano di Isaia, con cui abbiam terminato il

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