F. GONIN, Le chiacchiere del curato
(e l’elogio funebre di Perpetua)

“Ha proprio fatto uno sproposito Perpetua a morire ora;
ché questo era il momento che trovava l’avventore anche lei.”(*)
(Dunque: peccato, per lei, che sia morta!)

​Non sempre dire “pazienza” vuol dire far riferimento alla virtù corrispondente, come pure dire “peccato” non sempre indica una trasgressione o una mancanza: accade nelle esclamazioni di delusione o disappunto, quando parole di questo genere stanno piuttosto a significare “purtroppo” o qualcosa di simile, talvolta accompagnato al dispiacere per un bene andato sciupato o per una buona occasione perduta. Non mancano casi in cui, per mesta o maliziosa ironia, peccato sta per un “meno male” sospirato, accompagnato da “che non”, oppure “meno male!” punto e basta.

​L’oste del paese di Renzo, – quello delle polpette che “farebbero risuscitare un morto” e con quel “carattere singolare”, per cui “faceva professione d’esser molto amico de’ galantuomini in generale; ma, in atto pratico, usava molto maggior compiacenza con quelli che avessero riputazione o sembianza di birboni” -, al bravo che faceva da cariatide sull’uscio dell’osteria appunto seppe premurosamente rispondere, a proposito dei sopraggiunti avventori noti: “L’altro è un contadino che ha nome Tonio: buon camerata, allegro: peccato che n’abbia pochi; che gli spenderebbe tutti qui”(1). “Peccato”, in bocca a lui e in quel frangente, voleva dire: “Purtroppo, è uno spiantato, perché, quanto a mangiare e bere, se potesse…”. Gli fosse passato per la mente che le sue confidenze avessero potuto offendere la virtù cardinale della prudenza!

​Un altro caso. Il signor conte zio del Consiglio segreto – “un politicone di quel calibro!” -, sentendo il nome del povero filatore di seta dalla bocca del conte Attilio, ebbe come uno scatto: “Lorenzo Tramaglino! – esclamò il conte zio. – Ma bene! ma bravo, padre! Sicuro… infatti…, aveva una lettera per un… Peccato che… Ma non importa; va bene”(2). Questa volta “peccato” è il rincrescimento per non aver tra le mani una supposta prova di reità: alquanto dubbia, fra l’altro, se appena era noto che il destinatario era un cappuccino di Milano, per quanto il mittente fosse il cappuccino bersagliato. In ogni caso: “non importa; va bene.”, perché a far traslocare il padre Cristoforo ci penserà lui e forse anche più facilmente, perché se dal possesso di quella lettera fosse emerso che Renzo non era andato a Milano per una passeggiata e, tanto meno, per sobillare sommosse e tumulto di popolo, e se ci fosse stato anche il nome del suo nipote don Rodrigo, magari con un non improbabile riferimento alle sue intrepide e gloriose gesta (perché qualcosa e anche di più c’era certamente nella lettera gemella per il guardiano di Monza, che leggendola, “faceva, di tanto in tanto, atti di sorpresa e d’indignazione”),… Come è giusto che sia in un Consiglieresegreto, non può sfiorarlo il dubbio che alla nobiltà di sangue, quando ci sia, non necessariamente corrisponde la specchiata virtù e che, in ogni caso, un po’ di propensione per la giustizia, per investigare un po’, prima di prender per oro colato il suono di una campana sola e con rintocchi di parte, proprio male non ci sarebbe stata.

​Il sarto, che ha ospitato Lucia subito dopo la liberazione dal castello dell’Innominato, accoglie festosamente Agnese, don Abbondio e Perpetua, mentre sono lì di passaggio, in fuga dal loro paese prima dell’arrivo dei lanzichenecchi (“luterani la più parte”), e diretti a quel castello appunto, diventato rifugio ospitalee sicuro. Fra i fondati timori, la perdurante malinconia dei tempi e la commozione del momento, c’è posto anche per ricordare che in quella casa s’è fermato il cardinale Federigo Borromeo e per esprimere un sincero elogio di quel personaggio da parte del padron di casa, che (non poteva essere altrimenti) “Entrò poi a parlar con Agnese della visita del cardinale. – Grand’uomo! –diceva; – grand’uomo! Peccato che sia passato di qui così in furia, che non ho né anche potuto fargli un po’ d’onore”(3). Par di capire che, questa volta, “peccato” sia, se si può dire, a metà strada: un po’ come dire “mi è dispiaciuta la fretta”: e fin qui nulla da ridire e tutto da condividere; ma quel “si figuri!”(4), – che nel lettore del Manzoni immortala il poveruomo e il suo imbarazzo nel momento culminante di quella eccezionale visita, (come, per altro, il “va’ qui da Maria vedova” è l’epitaffio della sua bontà di cuore) -; quella risposta insulsa, che gli rifrulla continuamente nella mente, come a dispetto: ecco, il nostro la sente quasi come una colpa, per quanto del tutto involontaria: e, di per sé, la colpa sarebbe un po’ parente del peccato vero e proprio.

​Il peccato, in senso stretto, è definito normalmente come la violazione di una norma inderogabile o giudicata tale: per  appoggiarci ad una certa autorità in fatto di valori lessicali, riportiamo in nota cosa dicono a tal proposito alcuni dizionari(5).

​Per amor poi di imparzialità, va da sé che nella storia milanese del XVII secolo, scoperta e rifatta dal Manzoni, c’è un ampio spazio per pagine nelle quali del peccato se ne parla direttamente e propriamente: già che c’eravamo, anche di questo ne facciamo un accenno, sempre in nota(6).

​Infine, quando si adopera il plurale e si considerano i peccati, si può dare, secondo i casi, una maggiore o minore gravità delle azioni trasgressive, ma il significato non assume mai un senso ampio e trasposto. Ancora in nota(7) alcuni esempi di quest’uso, presi, per ora, dalla solita fonte.
​Prima di passare oltre, ma non proprio ad altro, un “peccato” in tono malizioso potrebbe essere quello soffiato o sbuffato da un molto ipotetico lettore, sentitosi tanto preso da queste considerazioni, da essere rammaricato che siano finite: lo dobbiamo deludere, perché, si diceva, andiamo solo oltre.

Note
(*) ALESSANDRO MANZONI, I Promessi Sposi, XXXVIII, 33
(1) o. c., VII, 96
(2) o. c., XVIII, 72
(3) o. c., XXIX, 61
(4) o. c., XXIV, 111
(5) Peccato: Trasgressione volontaria di una norma divina​​​​ (De Mauro)
​   Trasgressione volontaria di una legge considerata di origine divina​(Sabatini Coletti)
​   Azione, comportamento che viola una legge morale o divina​​ (Hoepli)
​   Azione, comportamento che viola una legge morale o divina o comunque non dipendente ​​dagli uomini​​​​​​​​ (Treccani)
(6)​Fece un rapido esame, se avesse peccato contro qualche potente, contro qualche vendicativo; ma, anche in quel turbamento, il testimonio consolante della coscienza lo rassicurava alquanto: i bravi però s’avvicinavano, guardandolo fisso. (o. c., I,10)
​- Ma tutto questo non serve a nulla, – disse Agnese, – se non si persuade costei, che si ostina a dire che è peccato. (o. c., VI,111)
​- Se lo dico, – rispondeva Perpetua, – che lei si lascerebbe cavar gli occhi di testa. Rubare agli altri è peccato, ma a lei, è peccato non rubare. (o. c., XXX, 52)
​- Ma non è peccato tornare indietro, pentirsi d’una promessa fatta alla Madonna? Io allora l’ho fatta proprio di cuore… – disse Lucia, violentemente agitata dall’assalto d’una tale inaspettata, bisogna pur dire speranza, e dall’insorgere opposto d’un terrore fortificato da tutti i pensieri che, da tanto tempo, eran la principale occupazione dell’animo suo. (o. c., XXXVI, 111)
​- Peccato, figliuola ? – disse il padre: – peccato il ricorrere alla Chiesa, e chiedere al suo ministro che faccia uso dell’autorità che ha ricevuto da essa, e che essa ha ricevuta da Dio? (o. c., XXXVI,112)
​Di te non mi fa specie, che sei un malandrinaccio; ma dico quest’acqua cheta, questa santerella, questa madonnina infilzata, che si sarebbe creduto far peccato a guardarsene. (o. c., XXXVIII,43)
​«Ah! – diceva poi tra sé don Abbondio, tornato a casa: – se la peste facesse sempre e per tutto le cose in questa maniera, sarebbe proprio peccato il dirne male: quasi quasi ce ne vorrebbe una, ogni generazione; e si potrebbe stare a patti d’averla; ma guarire, ve’». (o. c., XXXVIII, 60)
(7)​«… Lui sa quel che fa: c’è anche per noi. Vada tutto in isconto de’ miei peccati. Lucia è tanto buona! non vorrà poi farla patire un pezzo, un pezzo, un pezzo!» (o. c., XVII, 12)
​E questa carità, ricoprendo i vostri peccati, raddolcirà anche i vostri dolori. (o. c., XXXVI, 5)
​- Uomo senza cuore! – rispose Lucia, voltandosi, e rattenendo a stento le lacrime: – quando m’aveste fatte dir delle parole inutili, delle parole che mi farebbero male, delle parole che sarebbero forse peccati, sareste contento? (o. c., XXXVI, 39)

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