Due osservazioni antipatiche, un po’ di banalità ripetute e sbotta la risposta stizzita.Con cento pensieri per la testa e la coscienza a posto, si può dormire tranquilli lo stesso.

Luca               … Concetta, fa freddo fuori?
Concetta        (irritatissima) Sì, Lucarie’, fa freddo assai: fa freddo! Ma che si’ surdo?
Luca               Cunce’, ma che t’avesse data na mazzata ncapa?
Concetta        Me l’he addimandata già tre volte: fa freddo.
Luca               Questo Natale si è presentato…
Concetta        … Come comanda Iddio. Questo pure l’avete detto.
Luca               E questo pure l’abbiamo detto…

            L’irritazione di Concetta è frutto di due precedenti osservazioni di Lucariello nei suoi confronti, che, a dir poco, sono state decisamente indelicate. Prima, tutto intirizzito dal freddo, si è lamentato: «’E pedalini ca cumpraste tu, che dicesti: “Sono di lana pura”… Conce’, quella non è lana, t’hanno mbrugliata…»; poi ha concluso, sputando: «Ma ’o ccafè non è cosa per te (1)».
            A questo punto è chiaro che qualunque cosa dica il marito dà fastidio, specialmente se torna a chiedere o ripetere le stesse cose: ecco un lampante esempio per cui repetita non semper juvant, ma possono scatenare reazioni anche un po’ arrabbiate.
            Anche lasciando stare altre citazioni in proposito, che non mancherebbero, basterà pensare che perfino un assai poco poetico correttore automatico sottolinea in rosso o almeno in verde certe distratte e fastidiose ripetizioni, invitando a evitarle o a trovare dei sinonimi. Però sono tanti i casi in cui il vecchio detto “repetita juvant” funziona e anche parecchio bene.
            Un caso importante è quando la ripetizione ha valore di ritornello, per chiamarlo così, in vista di sottolineare un pensiero, una paura, un presentimento che ritorna come a ondate. “Quel vecchio maledivami”, martellante nella testa di Rigoletto, è un esempio che ha già attirato la nostra attenzione qualche tempo fa.

            Pensiamo alla notte dell’Innominato, successiva alla liberazione di Lucia, dove la ripetizione: eppure aveva sonno, evidenzia una necessità fisica reale e impellente, ma che non può essere soddisfatta, per via dei tanti, troppi “affari intralciati, e insieme urgenti” che affollano l’anima e la mente. (Abbiamo usato il corsivo per rendere immediatamente evidente la ripetizione, e l’abbiamo usato anche per la pacificante conclusione, raggiunta dopo una preghiera ripescata tra lontani ricordi, aperta ad accogliere fiduciosamente una misericordia già sperimentata e a sperarne una più piena).
            “Salito poi a prendere una sua lanterna, girò di nuovo i cortili, i corridoi, le sale, visitò tutte l’entrature, e, quando vide ch’era tutto quieto, andò finalmente a dormire. Sì, a dormire; perché aveva sonno.
            Affari intralciati, e insieme urgenti, per quanto ne fosse sempre andato in cerca, non se n’era mai trovati addosso tanti, in nessuna congiuntura, come allora; eppure aveva sonno. I rimorsi che gliel avevan levato la notte avanti, non che essere acquietati, mandavano anzi grida più alte, più severe, più assolute; eppure aveva sonno. L’ordine, la specie di governo stabilito là dentro da lui in tant’anni, con tante cure, con un tanto singolare accoppiamento d’audacia e di perseveranza, ora l’aveva lui medesimo messo in forse, con poche parole; la dipendenza illimitata di que’ suoi, quel loro esser disposti a tutto, quella fedeltà da masnadieri, sulla quale era avvezzo da tanto tempo a riposare, l’aveva ora smossa lui medesimo; i suoi mezzi, gli aveva fatti diventare un monte d’imbrogli, s’era messa la confusione e l’incertezza in casa; eppure aveva sonno.
            Andò dunque in camera, s’accostò a quel letto in cui la notte avanti aveva trovate tante spine; e vi s’inginocchiò accanto, con l’intenzione di pregare. Trovò in fatti in un cantuccio riposto e profondo della mente, le preghiere ch’era stato ammaestrato a recitar da bambino; cominciò a recitarle; e quelle parole, rimaste lì tanto tempo ravvolte insieme, venivano l’una dopo l’altra come sgomitolandosi. Provava in questo un misto di sentimenti indefinibile; una certa dolcezza in quel ritorno materiale all’abitudini dell’innocenza; un inasprimento di dolore al pensiero dell’abisso che aveva messo tra quel tempo e questo; un ardore d’arrivare, con opere di espiazione, a una coscienza nuova, a uno stato il più vicino all’innocenza, a cui non poteva tornare; una riconoscenza, una fiducia in quella misericordia che lo poteva condurre a quello stato, e che gli aveva già dati tanti segni di volerlo. Rizzatosi poi, andò a letto, e s’addormentò immediatamente (2)”. (continua)

NOTE
(1) EDUARDO DE FILIPPO, Natale in casa Cupiello, (1931), Einaudi
(2) ALESSANDRO MANZONI, I Promessi Sposi, Cap. XXIV

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il silenzio sonoro di Dio

Nell’Udienza Generale del 7 ottobre 2020, dopo il ciclo sulla cura del creato, papa Francesco ha ripreso le riflessioni sulla preghiera, presentando l’esperienza del profeta

Leggi »