Tu solo hai parole di vita eterna

Prima di affrontare una riflessione sul brano liturgico di questa domenica, rinnoviamo l’invito a rileggere per intero il capitolo di Gv 6, perché dovremo fare un necessario riferimento alla sua struttura, prima di offrire una interpretazione esistenziale del Vangelo di oggi.

In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre». Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».

Con l’esplicita confessione di fede da parte di Pietro, fatta a nome dei Dodici, si chiude il capitolo eucaristico di Giovanni. È la prima volta che nel IV Vangelo gli apostoli sono chiamati «i Dodici». Nei versetti successivi, che non troviamo nella lettura liturgica, si ricorda anche la loro scelta da parte di Gesù, senza che sia mai stata oggetto di narrazione. Solo i Sinottici raccontano la costituzione di questo gruppo di discepoli, scelti in numero simbolico, secondo le tribù d’Israele, e chiamati a diventare testimoni autorevoli di Cristo. La professione di Pietro risalta ancor più davanti all’abbandono di molti altri discepoli, incapaci di aderire con fede alle parole di Gesù. Con lo stesso termine «ascoltare» viene indicato dapprima il puro udire il discorso del Signore, in secondo luogo l’ascolto obbediente, che molti discepoli non riescono a fare proprio: «… molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Di fronte a questo rifiuto, Gesù rafforza il tono del discorso, pronunciando una frase che sembra mettere in discussione quanto ha detto in precedenza: «È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla» (Gv 6,63). Non ha appena invitato a mangiare la sua carne, promettendo la vita eterna, il dimorare reciproco, la sua stessa vita (Gv 6,54-57)? L’affermazione drastica del v. 63 non sembra potersi coniugare con i versetti che la precedono.

Così, per la maggior parte degli esegeti i versetti di questa domenica andrebbero collegati direttamente con la parte del discorso che insiste sulla fede nella persona di Gesù (Gv 6,35-50). Vi sono molti legami tra i due brani: l’ascoltare, l’idea di una discesa dal cielo, il rapporto intimo di Gesù con il mistero di Dio. Di conseguenza, questa ipotesi suppone in un momento successivo l’inserimento della sezione propriamente eucaristica (Gv 6,51-59). La prima redazione del brano avrebbe ruotato intorno al tema centrale della rivelazione donata da Gesù agli uomini attraverso lo Spirito e le sue parole, una rivelazione da accogliere con un pieno abbandono di fede.

L’ipotesi dell’inserimento posteriore di un brano in una redazione già formata è coerente col carattere storico del Vangelo: «Gli autori sacri scrissero i quattro Vangeli, scegliendo alcune cose tra le molte che erano tramandate a voce o già per iscritto, redigendo un riassunto di altre, o spiegandole con riguardo alla situazione delle Chiese, conservando infine il carattere di predicazione, sempre però in modo da riferire su Gesù cose vere e sincere» (Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione dogmatica sulla divina Rivelazione Dei Verbum 19). L’inserimento della sezione eucaristica sul pane disceso dal cielo offre la possibilità di una ulteriore lettura, che non elimina quella precedente, ma l’amplifica e la arricchisce.

Il primo livello di lettura, dunque, insiste sul dono della vita che Gesù ha portato nel mondo. Nessun uomo può ottenere la vita da sé stesso. Sta qui la vana pretesa della carne dell’uomo, incapace di comunicare una vita definitiva. Invece, chi accoglie la persona di Gesù come colui che è venuto da Dio, per comunicare il principio della vita divina, riceve lo Spirito, donatore di vita. Con la sua professione di fede Pietro riconosce in Gesù il Dio che viene nel mondo, le cui parole sono spirito e vita, parole che trasmettono lo Spirito a chi le accoglie con abbandono di fede.

Inserendo in questa lettura il brano eucaristico, per una ulteriore interpretazione ci facciamo guidare dalle parole di Francesco d’Assisi: «Il Padre abita una luce inaccessibile e Dio è spirito, e nessuno ha mai visto Dio. Appunto per questo non può essere visto che in spirito poiché è lo spirito che dà vita, mentre la carne non giova a nulla. A sua volta, nemmeno il Figlio , in quanto uguale al Padre, può essere visto da alcuno, precisamente come il Padre e come lo Spirito santo». Francesco prosegue con un paragone stretto fra l’umanità di Gesù e il pane eucaristico, entrambi offerti alla nostra visione di fede. Occorre vedere materialmente, prima di tutto, ma poi è necessario passare alla fede, nella divinità del Figlio e nella sua Presenza sacramentale: dal «vedere» siamo portati al «vedere e credere». E termina con queste parole: «Quindi è lo spirito del Signore, che abita nei suoi credenti, a ricevere il santissimo corpo e sangue del Signore». [Francesco d’Assisi, Ammonizione prima].

La lettura di oggi, conclusione di un capitolo da rileggere spesso, ci invita ad una sosta contemplativa di fronte alla persona di Gesù, alle sue parole, alle sue promesse. La vita vera che ci è promessa e donata è la vita nello Spirito, che nasce in noi dalla fede in Cristo. La stessa Eucaristia è strumento e simbolo di questa vita. Solo una partecipazione con fede sincera apre la porta alla grazia effusa dal sacramento. D’altra parte, la partecipazione fedele all’Eucaristia, soprattutto domenicale, conferma e rinnova quella fede battesimale che ci ha introdotto nella vita secondo lo Spirito.

La risposta di Pietro a nome dei Dodici, fatta allora a Cafarnao, è diventata lungo la storia la professione di fede della Chiesa apostolica. Ancora oggi è un appello alla nostra personale professione di fede, in comunione con il successore di Pietro. Ma soprattutto il Vangelo di oggi ci fa sostare davanti alla domanda che Gesù rivolge a ciascuno di noi: «volete andarvene anche voi?». E non possiamo non rispondere come Pietro. Non vogliamo fare altrimenti.

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