Un corpo che prega : Gv 2,13-25 (III domenica di quaresima, anno B)

Il corpo dell’uomo è casa di preghiera. Proprio così. Il brano di Gv 2,13-25 si offre a questa interpretazione spirituale, mettendo insieme la prima parte con l’osservazione dell’evangelista, che commenta le parole del Signore. Dopo il ritorno dell’esilio in Babilonia, si era sviluppata in Israele una teologia precisa, legata alla ricostruzione del tempio di Gerusalemme, che era diventato l’unico luogo in cui si riconosceva la «presenza» di Dio (shekinah). Tanto che veniva detto semplicemente il «luogo», l’unico nel quale offrire i sacrifici, uno dei tre pilastri che reggono il mondo, insieme alla Legge e all’elemosina (espressione dell’amore verso i fratelli).

Per lo svolgimento dei sacrifici erano necessari animali di varia specie, che venivano venduti nell’atrio del tempio. Inoltre, sotto la dominazione romana, erano presenti due tipi di monete, quella locale e quella imperiale, ma per l’acquisto degli animali da sacrificare non era lecito usare la moneta dell’occupatore pagano. Ecco la presenza dei cambiavalute. Contro tutto questo mercato insorge Gesù con una santa ira che possiamo leggere in tutte le redazioni evangeliche. A differenza dei sinottici, il quarto Vangelo colloca l’episodio all’inizio della predicazione pubblica del Signore e ne indica espressamente la vicinanza alla Pasqua.

Siamo così avviati verso una comprensione spirituale, più profonda del gesto profetico di Gesù. L’annuncio della distruzione e risurrezione del suo corpo viene anticipato in questo gesto che apre una prospettiva nuova alla preghiera cristiana: il vero tempio, dove adorare il Padre è il corpo di Gesù; nella comunione con lui, anche noi siamo tempio nel nostro corpo di carne.

Oggi è questa la parola che illumina il nostro cammino. Siamo tempio nella carne fragile della nostra esistenza. Questa fragilità, però, è santificata per l’inserimento in Cristo, iniziato dal giorno del nostro santo Battesimo e che la partecipazione all’Eucaristia conferma e rinnova ogni giorno, ma in modo particolare ogni domenica. Siamo chiamati alla preghiera. A trasformare ogni relazione, da quelle più affettive a quelle sociali e lavorative, in lode e offerta. Nell’attesa di quella trasformazione definitiva che avverrà nella perfezione di un amore, totalmente accolto e ricambiato.

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