UN PO’ DI STORIA DELL’ARCISPEDALE DI SANTA MARIA NUOVA DI FIRENZE

Hans Memling, Ritratto di Folco Portinari, 1487
Galleria degli Uffizi, Firenze

“Sed melius tacuisse fuit, quam pauca referre”

            Al termine del secondo capitolo dell’opera del Bernardi, di cui qualcosa si diceva nel precedente articolo, si trova una nota manoscritta(1), assai posteriore. Redatta dalla mano del P. Sisto da Pisa (Giovanni Pardi, 1867 – 1943), altro storico cappuccino toscano, è la stessa mano che ha continuato in seguito, ma non immediatamente, il terzo capitolo, intitolato Catalogo dei PP. Presidenti Cappuccini nello Spedale di S. Maria Nuova, di cui ora ci occupiamo. Il Bernardi compilò detto elenco da pag. 49 a metà pag. 51, arrivando fino al Capitolo dei Cappuccini toscani, celebrato il 9 ottobre 1716, che dichiarò «Presidente il P. Antonio Francesco da Siena, predicatore, che già da molti anni stava facendo la carità in S. Maria Nuova». La seconda metà della pag. 51, di mano diversa dalle altre due ricordate, abbozza una continuazione dell’elenco, lacunosa per date e descrizioni e di contorta grafia, nominando altri sei Presidenti, dei quali l’ultimo, il P. Giovanfrancesco da Firenze, morì il 30 settembre 1765. Di questo terzo capitolo rimane bianca pag. 52, mentre nella successiva si riprende il catalogo a partire dal 1759 e fino al 1780: chi scrive è il P. Sisto, l’estensore della nota al termine del precedente capitolo, di cui già dicevamo; egli lascia in bianco il foglio 54 e riprende la serie a pag. 200, fino al primo rigo di pag. 204, abbracciando il periodo che va dal 1792 al 1932, e quindi, in tutto, nominando 23 Presidenti e fornendo qualche sobria notizia. L’elenco termina con un’ulteriore aggiunta di altri due nomi di Presidenti, scritti dalla mano del P. Giacinto da Pistoia (Italo Agati, 1896 – 1964), noto per avere riordinato e scritto, tra l’altro, le Cronache del Convento di Siena, particolarmente dalla soppressione del 1866 (7 luglio), con il conseguente abbandono del precedente “luogo” situato all’Antiporto di Camollia, fino alla posa della prima pietra (15 giugno 1880) del nuovo “luogo” di Poggio al Vento e oltre:

                        1945    P. Reginaldo da Pistoia (Sarripoli);

                        1959    P. Gesualdo da Pratovecchio.

            Prima di passare al quarto ed ultimo capitolo, intitolato Casi memorabili occorsi nello Spedale di S. Maria N.a, che va da pag. 55 a pag. 160 – il più esteso e, per molti aspetti, il più originale e interessante con i suoi 65 episodi narrati – si deve ricordare che il P. Sisto inserì, nelle facciate 205 e 206, un elenco complementare di Religiosi morti per morbo contratto nell’assistenza agli ammalati, oltre quelli già precedentemente nominati in ragione del loro particolare ufficio.

            Finalmente, il quarto capitolo inizia con un prologo che descrive i tre tipi di casi successivamente narrati, rispettivamente riguardanti la Provvidenza, la Misericordia e la Giustizia divina, i quali vengono registrati per «giovamento alla Posterità», potendosi ricavare dai primi «motivi di speranza, e di confidenza; da’ secondi, sentimenti di lode, e di benedizione; e da’ terzi compunzione di cuore, orrore del peccato (…)». Seguono, come già ricordato, 65 casi, con maggiore o minore copia di dettagli, pie considerazioni e ammonizioni a deterrenza.

            Tornando ora al punto iniziale, come ci eravamo proposti e soffermandoci un po’ sopra, va detto che l’elogio di Folco Portinari e l’apprezzamento per lo Spedale di S. Maria Nuova, con cui esordisce la Relazione di cui ci stiamo occupando, aveva un illustre precedente. Ugolino di Vieri, detto il Verino (Firenze1438 – Firenze10 maggio 1516), aveva composto, tra l’altro, il De Illus-tratione Urbis Florentiæ libri tres. Le sue opere, che da sempre erano circolate manoscritte, vennero pubblicate a stampa postume: a Parigi, nel 1583, fu stampato il De Illustratione dalla biblioteca di Germano Audiberto Aurelio; nel 1636 vi fu a Firenze una seconda edizione, comprensiva di altre composizioni. Per quanto adesso in argomento, è dato leggere:

                        Quæque tenet Portæ nomen, deducit ab altis

                           Auctorem Fesulis, opibusque et sanguine clara;

                           Atque hujus de Stirpe nepos celeberrima Folcus

                           Condidit ære suo Mariæ de nomine templa,

                           Donavitque agros, et prædia multa reliquit.

                           Illic ægroti, simul et curantur egeni

                           Gratis: intranti cuivis patet omnibus horis

                           Hospitium lætum: civis, peregrinus in isto

                           Accipitur: miraque æger caritate fovetur.

                           Non est in toto Delubrum sanctius orbe(2):

                           Sed melius tacuisse fuit, quam pauca referre.

                           Substinet hæc Urbem, propter peccata ruentem,

                           Anchora; turbati quoque placat Numinis iram.

            Il Bernardi, per sua esplicita dichiarazione, riporta questi tredici esametri, prendendoli non direttamente dalle citate edizioni, bensì dal terzo tomo dell’Italia Sacra, vasta opera dell’Abate cisterciense Ferdinando Ughelli – pubblicata a Roma tra il 1642 e il 1662 – da cui attinse anche altri documenti e notizie.

2. Continua

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Note

 (1) In capo alla nota viene precisato che il testo è preso dalla Vita del venerabile servo di Dio Filippo Franci sacerdote fiorentino, in Firenze 1741, Viviani; aggiungiamo il nome dell’autore: Niccolò Bechi dell’Oratorio di Firenze.

(2) C’è forse un’eco del celebre pentametro “Non est in toto sanctior orbe locus”, apposto sul Sancta Sanctorum in cima alla Scala santa, a Roma. Si è trattato di sostituire il dibraco “locus” con il molosso “Delubrum”, premesso al comparativo debitamente accordato nel genere.

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