Una fede senza timore (Mc 5,21-43). Domenica XII per annum / B

La pagina evangelica che la liturgia domenicale ci offre presenta un annuncio vitale, messo in evidenza dalla struttura letteraria del brano. L’incontro tra Gesù e la donna emorroissa è incastonato al centro della storia che lo conduce a riportare in vita la figlia di Giairo. Ma come vedremo, la narrazione di Marco segue un percorso ben preciso che ci invita ad una fede senza timore verso colui che si mostra Signore della vita. Dopo l’episodio dell’esorcismo che ha suscitato tanto timore nei Geraseni, da pregare Gesù di allontanarsi dal loro territorio (Mc 5,1-20), egli si ritrova in riva al mare, circondato da molta folla. Marco è molto attento a sottolineare questo particolare, spesso ricorrente nella sua storia, come se fosse un luogo particolarmente favorevole al Signore. Qui lo raggiunge Giairo. La preghiera fatta con insistenza mostra una fiducia nel potere di Gesù di concedere una pienezza di vita: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Gesù non risponde a parole ma, semplicemente, si mette in cammino con lui.

La narrazione sposta l’attenzione. Diventiamo spettatori non solo delle azioni, ma degli stessi pensieri dei protagonisti. Compare una donna, anonima. Colpita da perdite di sangue da dodici anni, si trova in uno stato di impurità che le impedirebbe persino si mescolarsi alla folla. Sfida ogni regola perché convinta che sarà salvata da un puro contatto fisico con il mantello di Gesù («il Signore salva»). E il prodigio accade. È interessante notare come lo sguardo di Gesù va alla ricerca di una donna, prima ancora che lei gli si manifesti: «egli guardava attorno a sé, per vedere colei che aveva fatto questo». Avrà riconosciuto il tocco di una donna? Oppure siamo resi spettatori consapevoli di un incontro che sta per raggiungere il suo culmine? Le parole di Gesù promettono un ristabilimento pieno, una vita ridonata a colei che gli si è rivolta con una grande libertà di fede. Questa donna è la prima di altre che si trovano nella narrazione di Marco: la sirofenicia (Mc 7), la vedova che offre il suo obolo (Mc 12), la donna di Betania che gli unge il corpo con il nardo (Mc 14); le donne che vanno al sepolcro il mattino di Pasqua (Mc 16). Donne anonime, spesso umiliate o emarginate, mostrano una fede così capace di rischiare che il Signore le riconosce come sue discepole.

Questa fede senza timore è ciò che Gesù chiede a Giairo, quando viene loro annunciata la morte della fanciulla. La guarigione avviene nel nascondimento, alla presenza dei genitori e dei tre soliti discepoli. La fanciulla è riportata in vita, tanto da camminare e poter mangiare. Sappiamo adesso che aveva dodici anni. Per gli ebrei una ragazza diventa adulta al compimento di dodici anni e un giorno (tredici e un giorno per i ragazzi). A dodici anni questa fanciulla era morta, all’inizio della sua possibile vita. Dodici anni fa la donna era stata colpita dalle perdite di sangue che l’avevano fatta morire nella sua fecondità femminile. L’annotazione temporale lega ancor più strettamente le due narrazioni, ne mostra l’unico messaggio: l’invito ad assumente una fede senza timore, capace di mettersi in gioco completamente. La donna l’ha mostrata da sé stessa. A Giairo è quella che Gesù chiede. Il Vangelo di questa domenica ci invita ad una fede senza paure, abbandonati alla certezza che Gesù è il Signore della vita vera, quella che ci dona attraverso la sua Pasqua, nel desiderio di mangiarla con noi nella cena eucaristica.

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